“La passione per l’arte”, omaggio al collezionista Dal Pio Luogo

Alla Galleria Sagittaria di Pordenone esposte opere di celebri artisti, da Guttuso a Sironi e Celiberti

La passione dell’arte è la mostra visitabile fino al 7 marzo alla Galleria Sagittaria di Pordenone. Oggi, venerdì 19, speciale appuntamento con una visita guidata da Giancarlo Pauletto, curatore della mostra (che qui presenta la rassegna): la visita si svolgerà in due turni, alle 17 e alle 18, sempre con prenotazione obbligatoria. Un’altra visita è prevista invece lunedì 22. Info: cicp@centroculturapordenone.it.

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L’importante collezione che Valentino Dal Pio Luogo – grande appassionato d’arte di Orsago in provincia di Treviso – ha potuto raccogliere in tanti anni di attenzione e ricerca, ha due caratteristiche che mi sembrano evidenti, oltre che facilmente comprensibili. La prima è che la collezione trova i suoi nuclei portanti in opere ed artisti soprattutto veneti, veneto essendo il collezionista e venete le maggiori e più frequenti occasioni d’incontro che egli ebbe durante la vita.

Dico veneti, e intendo anche friulo-giuliani, tali essendo Celiberti e Mascherini, e per origine anche Pizzinato, pur se sappiamo che quest’ultimo fece poi stanza fissa a Venezia: ma Venezia rimane comunque un punto di riferimento anche per gli altri.

La seconda caratteristica è che non si tratta della collezione di un uomo ricco: i ricchi possono permettersi opere anche molto costose, grandi tele, per esempio, oltre che nomi famosi. Valentino non poteva permettersi questo, ma la sua ricerca della qualità fu costante, ed egli la trova molto spesso in piccoli oli, la trova nei disegni, nelle incisioni, in sculture di dimensione limitata ma non perciò meno importanti.

La trova anche in opere rare che ad altri collezionisti, magari più forniti di possibilità, sono sfuggite, e che egli si affretta a far proprie. E appunto per questo la sua collezione, oltre che esteticamente importante, è anche ammirevole, perché frutto esclusivo di passione, di quella gelosia per il bello che non è affatto un segno di scarsa generosità, ma è, al contrario, coscienza di quanto questo bene sia oggi sottovalutato.

Quattro sono i nuclei portanti di questa collezione. Il più numeroso è quello relativo a Carlo Dalla Zorza, pittore e illustratore veneziano; ci sono poi le opere di Giovanni Barbisan, pittore e incisore trevigiano, quelle di Giorgio Di Venere, pittore e incisore mestrino, quelle di Giorgio Celiberti, pittore e scultore udinese.

Nel gruppo di opere di Giorgio Celiberti è impossibile non notare anzitutto la presenza di tre importanti dipinti della fine degli anni Cinquanta, una natura morta e due paesaggi densi di colore, ricchi della corsiva libertà di stesura che caratterizza fin dall’inizio questo artista, del resto accettato alla Biennale di Venezia nel 1948, cioè a diciannove anni, mentre i quadri di cui parliamo sono del 1959, cioè opere di un trentenne giunto alla sua prima maturità, quella che gli permetterà, poco oltre, il passaggio a quella pittura di segno, campitura e gesto, che darà vita al vasto e ben noto ciclo di Terezin.

Si tratta di quadri che sembrano voler distruggere tutta una tradizione della pittura di natura morta e di paesaggio, con la prevalenza non certo di cromatismi brillanti, ma addirittura, in due di essi, del nero, di un nero che contrasta il faticoso emergere dei grigi e dei bianchi, di qualche piccolo blu, di qualche ocra appena accennato, di un po’ di verde scuro.

E tuttavia sono pitture ricche, felici, a loro modo ariose, segno che la rapida concezione e la freschezza di stesura sono valori in grado di reggere anche a confronto con una tavolozza molto scura. Altre opere importanti di Celiberti sono le tre sculture che si riproducono, la Capra, il Cavallino e l’Elefante, la cui solidità iconica è immediatamente percepibile dall’osservatore proprio nella semplificazione araldica, e nello stesso tempo sorridente, in cui l’autore sembra averle concepite.

Altri grandi nomi presenti nella collezione sono quelli di De Chirico, Rosai, Guttuso, Grosz, De Pisis. Di De Chirico una litografia, Cavalli in riva all’Egeo, tra le migliori, ci pare, di quelle che l’artista consegnò al mercato degli amatori, di Rosai un piccolo olio che si segnala per l’immobile malinconia della figura, perfettamente aderente al “clima” di questo autore, di Guttuso una tecnica mista del 1938, un Bambino colto nella sua fresca fisicità, di Georg Grosz, celebre artista tedesco, un nudo ad acquarello di immediata spontaneità carnale, di De Pisis un Vaso di fiori toccato con mezzi semplicissimi, inerpicato nell’aria con grande leggerezza.

A questo De Pisis non sarà sbagliato accostare, a parer nostro, il Tamigi di Adriano Spilimbergo. Resta da dire delle sculture di Augusto Murer e di Marcello Mascherini.

Nel piccolo bronzo del Minatore Murer realizza un modellato assai sensibile alla luce e dà prova di una avvertita, sapiente capacità di vitalizzare la forma. Il bassorilievo di Mascherini, databile al 1939 e intitolato La Terra, risulta essere il bozzetto per un’opera non realizzata, e rappresenta la rinascita primaverile. Tutto impostato sul movimento delle figure, è tenuto in perfetto equilibrio dalla salda struttura della composizione. L’Antigone del 1967 appartiene invece ad una fase più inoltrata dell’arte dello scultore, quando egli ricava l’espressività della forma dal frangersi dinamico della materia, come è perfettamente testimoniato in questo bronzo.

*curatore della mostra




 

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