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Le lezioni del dj Tubet: «Porto l’Hip hop a scuola per superare i disagi»

Il rapper friulano Mauro Tubetti organizza da tempo incontri-concerto. «Uso canzoni e free-style per veicolare i temi più importanti» 

Non partecipa alle battaglie di freestyle, dove è sempre e comunque tutto concesso, nel gergo hip hop dicesi “dissing” un brano, o una rima, intesi a insultare intenzionalmente un altro artista. Mauro Tubetti, al secolo Dj Tubet, rapper friulano molto noto, è fuori dai cliché.

Musicista ovviamente, capace di fondere la cultura Hip-Hop, con altri generi musicali, tra cui il dub, il reggae, la world, estendendo i suoi confini talvolta verso il funky-jazz. Artista genuino, che nei testi mette la sua visione della vita.

Sperimentatore, che mescola l’italiano con altre lingue e culture creando spesso delle canzoni multilingue con citazioni di musica in marilenghe antica e di altre musiche della tradizione e infine pioniere capace di connettere le sue tre lauree al servizio di una “Hip Hop Pedagogy”, un metodo per la scuola, uno dei primi in Italia che lavora in anticipo sul disagio, prevenendo educando.


Tempo di distanziamento, scuole chiuse, ragazzini in grande difficoltà. Pensi che il tuo “metodo” in questo particolare momento possa aiutare i ragazzi e i bambini?

«Il Covid ci costringe a un distanziamento “fisico” ma non deve essere anche “sociale”, abbiamo bisogno di presenza emotiva, di esserci per l’altro, il nostro benessere si basa sulle relazioni».

Giocare e condividere il proprio vissuto con le rime permette ai ragazzi di esprimersi e raccontarsi in maniera autentica. Perché fare Hip hop nelle scuole?

«Incorporando gli elementi creativi dell’Hip-Hop nell’insegnamento si invitano gli studenti ad avere una connessione con il contenuto incontrandoli nel loro territorio culturale insegnando attraverso le loro realtà ed esperienze. Molto utile in contesti come bullismo, dipendenze, integrazione, diversabilità, plurilinguismo, parità di genere, legalità. ..».

Cosa prova quando è in classe?

«Gioia, amore, condivisione e rispetto...posso essere autenticamente me stesso. Nonostante il mio percorso di studi, vengo visto come un rapper non come un insegnante. Cantando il rap con i temi dei ragazzi è possibile conoscerli in maniera più sincera e profonda in uno scambio continuo evidenziato anche da alcune ricerche-azioni sul territorio».

Spiegaci in poche parole cos’è il tuo “Concerto/lezione...

«La sintesi di quello che ho appreso sul campo in questi 16 anni. Uso canzoni e free-style per veicolare i temi più rilevanti nei contesti euducativi. I ragazzi interagiscono musicalmente e in dono ricevono un metodo che permetterà loro di riuscire a improvvisare un rap dopo alcuni mesi di pratica».

Possiamo dire che l’Hip hop allena la mente come la poesia?

«Con le pratiche di improvvisazione alcune aree del cervello diventano dormienti, permettendo al rapper di lasciarsi andare, mentre altre vengono potenziate esibendo una comunicazione e collegamenti molto creativi. Questo cervello iperattivo ci fa provare felicità perché spegne i meccanismi d’autocritica nelle nostre rime».

Tra i grandi poeti italiani chi vorrebbe “rappare”? E tra i friulani?

«Due anni fa ho inciso “Rap Poetry” rappando i versi di Dante Alighieri e di William Shakespeare. Durante il “Concerto/lezione” reinvento in chiave rap/reggae le villotte friulane e presentando analogie tra il linguaggio poetico e la musica Trap è possibile far ascoltare ai ragazzi Pasolini, Leonardo Zanier e altri poeti contemporanei». —
 

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