Saliamo come alieni su un’astronave Così annulleremo distanze e pregiudizi

La nuova raccolta poetica dell’udinese Enzo Martines Confessioni, riflessioni e sguardi più diretti e intimi



Passerà l’astronave e potremo salirci con le nostre esistenze aliene, con le fantasie vissute e rivissute, con il lato furioso della gioia, o il sapore dei ricordi (che possono addensarsi attorno a largo Cirrincione, un luogo popolare di Palermo, dove abitava il nonno e si depositava la polvere sahariana), oppure con un rum da tre euro in via Roma a Udine sotto le magnolie, in un giorno di giugno. Situazioni, impulsi, sentimenti che la poesia, nella sua arcana potenzialità fatta di tutto e di niente, riesce a cucire e intrecciare grazie a un pugno di versi, indicando un percorso di intuizioni e immagini destinato a chi legge, che può farsi, se vuole, altrettanto poeta nell’accoglierle perché l’astronave in transito su simili traiettorie è pur sempre un’opportunità.


Questo è il mondo personale in cui ci si inoltra leggendo una nuova raccolta di versi intitolata Vite aliene e di cui è autore Enzo Martines, udinese, politico e personaggio pubblico che affida periodicamente al messaggio poetico confessioni, riflessioni e sguardi più diretti e intimi. Era già accaduto nel recente passato, come un paio di anni fa con “L’arte di sopravvivere”, e adesso il dialogo con i lettori si fa più serrato e sorprendente, in una pubblicazione edita da Digressioni, giovane realtà culturale che mosse i primi passi nel 2017 attorno a una coraggiosa rivista, una novità nel pianeta di casa nostra. La raccolta è prenotabile online fino al 28 febbraio sul sito di Digressioni e sarà nelle librerie dal 4 marzo (da aprile nella versione ebook).

Come scrive nella prefazione Antonella Sbuelz, l’incipit di Martines è stavolta imperniato in un’immagine sul tempo, tempo “che ben presto rivela, nel respiro di versi talvolta morbidi e talvolta sussultati, la certezza della sua estrema vulnerabilità: fa infatti irruzione l’imprevisto, l’alieno capace di scardinare l’eterno ritorno delle stagioni e dei sentimenti. E la sua inattesa folgorazione riesce d’un tratto a denudare l’io, impegnato a esplorarsi e a esplorare. Esplode allora – aggiunge la Sbuelz – l’unica certezza che ci accomuna: la consapevolezza della nostra persistenza, fragile, sulla Terra, nei cicli eterni di ciò che va e di ciò che viene”.

Come ben sappiamo e constatiamo ogni giorno di più, si vive dentro involucri precari, mutabili all’istante, minacciati da insidie che ci sovrastano, fra brividi di buio e improvvisi lampi di luce, tra calde memorie d’un passato che ci culla ancora e i dubbi su un futuro forse espropriato.

Per tutti questi motivi, in un simile quadro, l’alieno che è fuori e dentro di noi non rappresenta sempre inevitabilmente una minaccia. Un po’ come accadde al greco Costantino Kavafis quando evocava con tinte allarmate il pericolo dei barbari e poi esprimeva la delusione dopo il loro mancato arrivo in quanto comunque avrebbero rappresentato una soluzione.

E così forse può succedere con gli alieni che, afferma Martines, “verranno a portarci la pace, Dio non sarà più solo, e loro atterreranno senza sorprenderci”. E diffidenze, distanze, pregiudizi? Basta poco alle volte per dissiparli, anche un augurio di “buona domenica” pronunciato in via Manin dall’alieno sorridente di fronte alle nostre rughe impietrite. —



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