Ridurre il divario economico-sociale: la sfida di Biden è la stessa dell’Europa

Il nuovo presidente Usa si trova ad affrontare un problema che anche la Ue è chiamata a risolvere

Il Presidente Biden e la nuova Amministrazione americana hanno voluto dare segnali multipli di un cambiamento rapido e incisivo rispetto alle politiche che avevano caratterizzato la presidenza Trump.

Dal suo insediamento, Biden ha firmato 32 decreti esecutivi che hanno revocato o profondamente modificato provvedimenti adottati dalla precedente Amministrazione su immigrazione, clima, soppressione dell’affidamento a privati della gestione di stabilimenti di pena, Lgbt nelle forze armate, estensione dell’assistenza sanitaria e altri.


Similmente si è voluto dare un forte segnale di discontinuità sul fronte esterno, tanto con le abituali prese di contatto via telefono con i principale leader del mondo (Merkel, Macron, Johnson, Putin, Xi Jinping e altri), quanto con una partecipazione particolare a una serie di eventi e di incontri, sia pur per via telematica: Biden, dopo il vertice G7, ha preso parte alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il principale foro di dialogo sui temi strategici del rapporto Est-Ovest e della difesa. Il segretario alla Difesa Austin ha partecipato alla ministeriale Nato e Blinken si è collegato da remoto al Consiglio esteri dell’Unione europea.

Un’azione a tutto campo, molto visibile e incisiva, che da’ l’impressione di una partenza “sgommante” e di idee molto chiare su come procedere per i prossimi quattro anni.

Eppure gli Stati Uniti e Biden si trovano a dover affrontare un problema non da poco, che consiste nell’interrogativo sul cosa accadrà nella testa degli oltre 74 milioni di cittadini americani che alle presidenziali hanno preferito votare per Trump.

È certo che una parte dei sostenitori dell’ex Presidente ha cambiato idea dopo i fatti di Capitol Hill, che hanno causato la morte di cinque persone e offerto al mondo un’immagine ferita della democrazia americana, ma è ben probabile che vi siano ancora alcune decine di milioni di cittadini degli Stati Uniti che vedono ancora in Trump chi meglio li può rappresentare e modificare una situazione che li vede penalizzati e sottovalutati.

Conseguenze profondamente diverse si avranno se costoro continueranno a sostenere Trump, se troveranno un altro portabandiera o se invece confluiranno nuovamente in un Partito Conservatore che ritorni a essere quello che fu negli anni passati. Un grande interrogativo per gli Usa e per il mondo.

La società americana, è ormai banale osservarlo, non è mai stata divisa come oggi e il populismo che ha trovato un suo portavoce e un leader in Trump ben difficilmente scomparirà in tempi brevi. Come nota un recentissimo articolo della rivista “The Atlantic”, i populismi, una volta suscitati, tendono a durare ben oltre la scomparsa o l’esaurimento della “vis politica” del leader.

Il peronismo ci offre l’esempio più calzante di longevità populistica: nato negli anni Quaranta continua ancor oggi, quasi 80 anni dopo, a condizionare la vita politica argentina e a esso si ispirano tanto il peronismo conservatore (Carlos Menem), che il socialismo nazionalista di Nestor Kirchner e di Cristina Fernandez de Kirchner.

Le analisi sociologiche più recenti condotte negli Usa dimostrano inoltre che, mentre aumenta sensibilmente il numero di chi si dichiara “indipendente” e senza affiliazione politica, i sostenitori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano appaiono sempre più radicalizzati. Ian Bremmer, uno dei migliori analisti sulla scena e i cui articoli appaiono ogni tanto sul “Corriere della Sera”, riporta dati eclatanti: se nel 1960 solo il 4% degli americani si dichiaravano fortemente contrario a che uno dei loro figli sposasse un partner di un altro partito, oggi la percentuale è salita al 40% e solo il 4% dei matrimoni avviene tra persone di diversa appartenenza politica.

Le disuguaglianze economiche sono negli Stati Uniti le più alte tra i Paesi del G7, mentre tra i Paesi Ocse sono superate solo da quelle esistenti in Turchia, Messico e Cile. Il 10% degli americani più ricchi possiede il 70% della ricchezza e l’1% tra chi ha un reddito più elevato guadagna di più di tutto il 50% della popolazione più povera.

Globalizzazione, delocalizzazione e outsourcing hanno determinato una sensibile riduzione nel livello dei salari e una “destrutturazione” del mercato del lavoro e della dialettica interna al mondo della produzione per cui oggi solo il 5% dei lavoratori negli Stati Uniti è iscritto a un sindacato. Sono dati che rendono bene l’ordine di grandezza delle difficoltà che l’Amministrazione Biden dovrà affrontare e che non possono non farci riflettere, anche perché rispecchiano, ingigantiti, fenomeni in atto anche in Europa.

Confidiamo che i governi dei Paesi europei, e in particolare l’esecutivo presieduto da Mario Draghi, che a questo genere di argomenti credo sia molto sensibile, cercheranno di limitare il crescente divario economico e sociale, che si sta accentuando nell’Occidente (così come in Russia, India e Cina) e che causerà inevitabilmente conseguenze d’ordine politico molto negative.

Tanto più che anche noi risentiremo l’effetto amplificatore esercitato dalla pandemia su fenomeni sociali già in corso (e la disoccupazione giovanile è il primo e più grave) e collegati con la terziarizzazione delle nostre economie, la crescente robotizzazione di alcune produzioni e con l’introduzione dell’intelligenza artificiale.


 

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