Romanzo postumo della pittrice Dora Bassi: «Scrivere per me è come tornare a casa»

Esce per Edizioni Braitan “Una notte in fondo al cielo” con la nota della figlia Roberta e una foto di De Marco 

Avrebbe compiuto 100 anni, quest’anno, Dora Bassi, straordinaria interprete dell’arte italiana del secondo Novecento, pittrice e scultrice che attraversò movimenti e tempi, mutando con essi, dal neorealismo all’informale, al mistico filosofico, all’astrazione, al minimalismo, guardando sempre alla vita, fino alla morte nel 2007 a Udine, dove aveva lo studio e fondò il gruppo Dars.

Per il suo centenario è lei che fa un regalo a noi. Un romanzo inedito, manoscritto, custodito in un cassetto, in uscita per Edizioni Braitan, impreziosito da una foto di Danilo De Marco, da una Nota della figlia Roberta Corbellini, che rievoca una «comunità di teste pensanti, fuori serie», e da uno scritto illuminante con intervista dell’amico germanista, editore e traduttore Hans Kitzmüller, in cui scopriamo che per Dora Bassi dipingere era stare «davanti ad una casa in costruzione» e scrivere era «tornare a casa».

Una fuga la sua vita d’artista e una fuga è il romanzo postumo “Una notte in fondo al cielo”.


Dora Bassi è Nora, personaggio e voce narrante, donna che evoca a trent’anni di distanza la storia che ascoltò dalla voce di Elio, la sera in cui lei compiva 45 anni, in una stanza di Milano, negli anni ’70, dove ricopriva la cattedra di scultura all’Accademia di Brera, assistente di Dino Basaldella.

Una donna che racconta un uomo e sa descrivere la sua “prigione”. Elio Del Monte, veneto emigrato in Canada, decoratore, doratore, pittore è l’amico e artista Stelio Sole. Eppure, lei dichiara: «Elio c’est moi» ed è «chiunque si mette in un’avventura creativa».

Il protagonista artista fa i conti con grandi modelli, mode e condizionamenti della famiglia. In eterna fuga e ricerca del “fattore X” che fa la differenza, che fa irradiare di energia un’opera per sempre. Inutile fermarlo perché la vita stessa scappa e «distrugge quelli che remano contro». Il vagabondo progetta, si accende, evolve, crea, disfa, si congela, si sente inadeguato, entra o sta tra i quadri, soffoca come un dipinto nascosto da una mano di bianco, e quando raggiunge l’arte vera non se ne accorge.

È un romanzo di cruda realtà, ma anche di simboli, a partire da “Il triangolo e il cerchio” che stavano nel titolo originario, di derivazione dantesca, vertice e abisso, circoscritti all’infinito, certezza e conoscenza, cima e centro: trappole e ossessione in cerca di una geometria interiore, riflesso dell’architettura della Divina Commedia, libro che salva. Simbolo è il fuoco: tele che bruciano, anime come crateri e colori che ribollono. La strada è verità, la panchina è casa, l’abside da dipingere è possibilità. Perfino Linda, donna che ha stregato Elio, «è un simbolo e sta dove sta l’arte» che è negli occhi di chi la guarda.

Anche le relazioni sono triangolari e cercano di stare dentro uno stesso cerchio. Passione accecata da gelosia, fantasmi ed eccessi. Vita tra amore e arte. Eppure, in tanto fuggire, dimenare e scandagliare, il romanzo è una disperata e necessaria ricerca vitale di libertà. Libertà di amare, di lasciare, di abbandonare, di fuggire, di dimenticare, di tornare. Libertà di vivere, di espandersi «come un albero che spacca persino le pietre mentre ingrossano le sue radici».

Scrittura impregnata di modernità e autenticità, schietta e nuda, priva di fronzoli o artifizi, scandalosamente vera, se necessaria scabrosa. Tutto ha senso, perfino le sequenze descrittive, in cui ogni dettaglio è racconto di un’atmosfera e di un’epoca, tra Milano, Montreal e New York: gallerie e viscere, festini di galleristi e artisti come talpe.

Scrive Kitzmüller: «Traspare una Dora Bassi disincantata, spietata, amara, acuta, incisiva, dal fraseggio breve che con immagini nitide e forti alterna osservazioni sull’arte alla messa a fuoco di un’umanità mediocre e spesso squallida eppure ad un passo dalla poesia».


 

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