Contenuto riservato agli abbonati

L’invasione italiana della Jugoslavia: il 6 aprile 1941, quella pagina nera di ottant’anni fa

L’esercito fu protagonista anche di crimini sulla popolazione. Una mostra che si apre martedì 6 aprile riporta alla luce quelle vicende

Il 6 aprile 1941 gli eserciti tedesco e italiano invadevano la Jugoslavia, dopo che un colpo di Stato aveva deposto il re che aveva dato il suo benestare all’alleanza con Hitler. Si innescava così, nuovamente, e non sarebbe stata l’ultima volta nel Novecento, la miccia della polveriera etnico-nazionalistica della Jugoslavia: forze dell’Asse con gli ustascia, partigiani comunisti con i realisti cetnici e poi contro di essi, comunisti contro tutti, repressioni antipartigiane e poi, dopo il 1943, pulizia ideologica di tutti gli avversari da parte dell’esercito di Tito eccetera.

La provincia di Lubiana venne annessa, fino all’8 settembre, al Regno d’Italia.


Ricorre, dunque, in questi giorni l’ottantesimo anniversario di una delle pagine peggiori nella storia del nostro Paese e una delle più drammatiche del libro degli orrori europeo: la cifra di un milione complessivo di morti è approssimativa.

L’Istituto nazionale Parri (già Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia), l’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia ed il Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Trieste hanno allestito una mostra fotografica virtuale, dal titolo “A ferro e fuoco. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-43”, visitabile a partire da martedì 6 aprile collegandosi al sito www.occupazioneitalianajugoslavia41-43.it.

Si tratta del primo evento pubblico dedicato a questo capitolo oscuro della storia del nostro Paese. Al quale il nostro esercito ha contribuito non solo indirettamente ma anche direttamente, con fucilazioni di prigionieri e ostaggi, rappresaglie, rastrellamenti e campi di concentramento, nei quali sono stati internati circa centomila jugoslavi. Come il campo di concentramento di Arbe, sull'isola di Rab, dove morirono di fame e di stenti circa 1400 persone, in buona parte donne e bambini, o come i campi friulani di Visco e Gonars, dove furono internate migliaia di persone. Le condizioni di detenzione e il sovraffollamento erano tali che anche qui, di stenti e di malattie, come la dissenteria, i morti furono centinaia.

Lo Stato italiano non ha mai riconosciuto i crimini commessi e iniziati ottant’anni fa in Jugoslavia. Mentre la Germania ha saputo rielaborare il proprio passato, a cominciare dalle invasioni di cui il regime hitleriano si rese colpevole, le aggressioni italiane in Albania, Grecia, Jugoslavia e Russia sono ancora vissute come colpe di altri, di cui non vogliamo assumerci la responsabilità.

Come è stato fatto con altre occasioni ufficiali, dal noto “concerto dei tre presidenti” del 2010 alla visita a Basovizza nel luglio 2020, è giunto il momento che lo Stato italiano, con una dichiarazione pubblica o una visita ufficiale, riconosca simbolicamente il peso delle sofferenze inflitte ai popoli della vicina ex Jugoslavia.




 

Fiammiferi di asparagi con aspretto di ciliegie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi