Raccogliere la sfida delle nuove tecnologie per creare un ponte col mondo dei giovani

C’è il rischio di allargare il solco che divide le generazioni Il cambiamento nel modo di apprendere e di pensare

In questo periodo a causa della pandemia diversi giovani si trovano a casa alle prese con le lezioni a distanza. Si è detto e scritto molto su questa condizione in cui ci troviamo costretti e sull’impatto decisamente negativo che sta avendo non solo sulle giovani generazioni ma, seppur con sfumature diverse, su tutti noi.

In questo contesto negativo si susseguono infinite narrazioni di difficoltà economiche e sociali a causa del Covid-19. Troveremo tracce degli effetti della pandemia per parecchio tempo. Inutile aggiungere ulteriori riflessioni sull’impossibilità di comparare una formazione a distanza con una in presenza. Quel che è certo è che tutte le tecnologie che stiamo utilizzando ci hanno offerto una chance in più: i danni sarebbero stati ancora più significativi senza la creazione di queste “classi virtuali”.

Le nuove tecnologie hanno determinato un certo disagio nei genitori privi di un’alfabetizzazione informatica adeguata o privi di quella confidenza necessaria a utilizzare senza imbarazzo i nuovi dispositivi digitali. Tale approccio allarga il solco che separa le nuove generazioni - cresciute tra telefoni smart, app e vari dispositivi elettronici - dalle precedenti.

Non sappiamo ancora tracciare un confine per stabilire con chiarezza se queste abilità, frutto di ore passate dinanzi a questi dispositivi, siano un bene o un male e, soprattutto, vediamo come l’educazione e la formazione su come utilizzare social, videogiochi, pc, telefoni eccetera arrivi sempre in ritardo rispetto all’impressionante velocità di trasformazione propria dell’innovazione tecnologica.

Difficile fare delle previsioni sul futuro ma, dato che non possiamo restare fuori da questi processi, la sfida va accolta, e penso che la debbano accogliere non solo i ‘tecnici’, cioè coloro che possiedono una formazione tecnico-scientifica, ma anche gli umanisti. Infatti, un conto è creare nuova tecnologia, altro è utilizzarla e applicarla. In verità, il digitale rompe questa rigida dicotomia tra i due ambiti, operando un taglio trasversale.

La possibilità di progettare nell’ambito del digitale, all’interno di una visione coerente (come può essere anche un concreto modello di business), può essere un percorso che può essere sviluppato anche da coloro che possiedono una formazione umanistica.

Per esempio, chi ha alle spalle un percorso filosofico possiede questi strumenti concettuali di lavoro, ma presenta anche una certa predisposizione a queste tematiche, dato che, per la sua stessa formazione, ha la capacità di ricercare una visione d’insieme (sul “tutto”) e non sulle singole parti del discorso.

L’ateneo di Udine si sta attrezzando per raccogliere la sfida della costruzione di un ponte tra filosofia e nuove tecnologie: lo abbiamo fatto prima con un Master e poi con una Summer School entrambi dedicati alla filosofia del digitale, ma anche con altri progetti che stanno nascendo in questi ultimi mesi. Menziono la filosofia non solo perché è la materia che insegno, ma per la sua stessa natura, che si presta ad attraversare diversi campi del sapere.

Un episodio recente mi ha ulteriormente convinto del fatto che stiamo andando nella giusta direzione. Il professor De Clara, del liceo “Marinelli” di Udine, mi ha contattato per mostrarmi il lavoro di un suo allievo che ha sviluppato un programma di intelligenza artificiale “addestrandolo” a leggere e interpretare le opere di Nietzsche.

Questo ci offre non poche suggestioni e connessioni con altri esperimenti, tra cui quello di opere musicali prodotte dall’intelligenza artificiale, che anche esperti musicologi non sono in grado di riconoscere come prodotti da una macchina, che sembrano, sotto tutti i punti di vista, dei prodotti musicali realizzati dall’uomo.

Volendo fantasticare un po’, potremmo trovarci dinnanzi a opere “inedite” di Nietzsche che, anche i più attenti studiosi, non sarebbero in grado di distinguere dall’originale. Potremmo forse un giorno addestrare le future forme di intelligenza artificiale a pensare come Nietzsche o Einstein e chissà, così facendo, prolungare, seppur virtualmente, l’esistenza di questi e altri grandi del passato.

In fondo, spesso ci si è chiesti che cosa avrebbe prodotto un grande artista, un matematico o un fisico come Einstein se solo fosse vissuto più a lungo. Se un giovane come Mateusz Miroslaw Lis - questo il nome dello studente summenzionato - oggi si diverte a mettere in gioco le proprie abilità con l’intelligenza artificiale facendo emergere notevoli spunti innovativi, possiamo immaginare quante cose ci attendono nell’immediato futuro: computer che non soltanto calcoleranno meglio di noi, ma scriveranno meglio, guideranno meglio eccetera. Un giorno forse penseranno anche meglio di noi, così come la fantascienza ci suggerisce da tempo.

A noi spetta il compito di raccogliere questa sfida, consapevoli non solo che molte delle nostre domande dovranno essere radicalmente riformulate alla luce delle profonde innovazioni tecnologiche che verranno, ma anche del fatto che altre non avranno più senso, mentre un certo numero di esse rimarranno invariate.

Potremmo anche immaginare di giungere a conoscere, grazie all’impiego di queste tecnologie, l’intera realtà fisica e forse anche allora non avremo cominciato neppure a sfiorare le domande proprie dell’umano, oppure scopriremo che l’affiorare della coscienza è qualcosa di dominabile come qualunque altro processo naturale, e che la nostra unicità non è altro che una mirabile illusione.

Vellutata di asparagi al latte di cocco

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi