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«Devo resistere ancora un’altra notte poi quelle voci che vogliono dire salvezza»

È dell’udinese Emanuela Maragarita la storia che ha vinto la prima edizione del concorso “Ti racconto il mio soccorso”

emanuela Margarita
3 minuti di lettura

il diario

È l’udinese Emanuela Margarita la vincitrice della prima edizione del concorso “Ti racconto il mio soccorso” ideato dal Soccorso alpino e speleologico del Friuli Venezia Giulia. Emanuela ha raccontato il soccorso avvenuto in Val di Preone nel dicembre 2013. Pubblichiamo un estratto dal suo racconto intitolato “All'addiaccio”



È pomeriggio inoltrato, la luce è di nuovo bassa. Sono come un animale, nel senso migliore del termine: mi sono costruita una piccola tana per la notte che cerco di rendere più confortevole con foglie secche e rametti, faccio ancora scorta di ghiaccioli per dissetarmi. Non posso guardare il mio ginocchio, so che dovrei fasciarlo perché la ferita è molto profonda e lacera, ma non ho niente per farlo e sicuramente si infetterà, ma pazienza non è la priorità. Devo resistere un’altra notte.

Il bosco di notte risuona di versi e di fruscii, sento il rumore delle rocce che, sopra la mia testa, si rompono per il ghiacciarsi dell’acqua. Non vedo nessun animale, mi rincuoro all’inizio ma poi realizzo di essere finita in un luogo tanto impervio che impedisce anche a loro di arrivare. È buio e ci sono tante stelle in cielo, non dormire è la cosa più difficile. Penso all’incredulità degli altri quando dirò loro che i miei pensieri sono stati così semplici e razionali: ripararmi dal freddo, bere, aspettare con fiducia i soccorsi, non dormire per scongiurare il congelamento. Ho fiducia che mi tireranno fuori di qui, ed è questo che mi sprona a mantenermi viva per dare tempo ai soccorsi di trovarmi. So che sarà il fiuto di cane a trovarmi, il senso primitivo dell’animale che lo guida nell’azione senza razionalizzare: sono caduta in un posto tanto imprevedibile e improbabile che un uomo non penserebbe mai alla possibilità di trovarmi qui.

Adesso sono preoccupata, è da molto che sto nel mio piccolo giaciglio, non ho freddo e non ho dolore, forse sto morendo, ma non provo paura, mi sento avvolta da un’incredibile calma e leggerezza. Devo spostarmi e allungarmi per provocarmi ancora dolore. Nel torpore immagino mio fratello che con dolcezza e decisione mi dice che ho un’occasione da non lasciare andare, devo scegliere di reagire, lui non ha potuto e non ha avuto scampo. È solo un attimo, mi risveglio, chissà so se ho davvero dormito. Allungo la gamba, sento un gran dolore e penso a quando sia singolare, ma anche contraddittorio, l’istinto di sopravvivenza: ecco a cosa serve il dolore, se sono ancora viva lo devo a questa sofferenza. Succhio con una certa avidità i miei ghiaccioli. Tutto bene, ma ho un gran male e ho freddo. Penso di soffrire meno dei miei cari, che stanno inermi, in balia dell’attesa. Devo rimanere sveglia e penso a cose belle, cerco di non guardare il cielo ancora tanto buio, passerà anche questa notte e sono determinata a farmi trovare. Finalmente comincia a fare chiaro, con sorpresa si posa un pettirosso che mi rende felice, subito sono meno sola. Non penso più a niente. Mi guardo in giro e più in alto vedo un piccolo ruscello, ho bisogno di bere e sto perdendo sangue. Non sarà facile raggiungere l’acqua. Mi trascino, con dolore e con fatica, bevo cercando di non bagnarmi perché con questa temperatura sarebbe fatale, ma in fondo nessuno mi mette fretta e posso dissetarmi con calma. Di nuovo l’elicottero sopra di me, non mi vedrà ma non importa, mi troverà un cane. Il sole è alto e c’è molta luce, devono arrivano adesso, nel pomeriggio qui non verranno perché è e nascosto e introvabile al buio.

Sono pronta per un’altra notte, per non dormire, per fare scorta di ghiaccioli, per raccogliere delle altre foglie, quelle che ho ormai si frantumano e non isolano dal freddo. Devo mantenermi lucida, risparmiare le poche energie rimaste. Non posso mollare: ho troppo da perdere, troppi affetti, troppe cose lasciate in sospeso. Arriveranno, sono in molti a cercarmi, un cane li porterà da me.

Sento un campanello, poi delle voci: sono vicini non ho dubbi, riconosco chiaramente l’abbaiare di un cane. Grido, chiamo, non so se si sono accorti di me, ma sono qui. Urlo ancora, sento l’abbaiare sempre più vicino. Un soccorritore si sporge e mi chiede come sto, dico che ho un ginocchio rotto e non mi posso alzare. Adesso le voci sono tante e vedo altri uomini, il primo si cala, è gentile e si commuove, non pensava di trovarmi viva. Non riesco ancora a dimostrare tutta la gratitudine e la felicità che provo, devo ritornare alla realtà, la mia testa è vuota e ancora troppo concentrata a superare la terza notte. Scende il secondo soccorritore e la felicità nei suoi occhi mi tocca profondamente. —



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