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Il Primo Maggio nella grande fabbrica friulana: un vecchio operaio e il suo carico di ricordi

Nel racconto di Massimiliano Santarossa il primo giorno di quel ragazzino di sedici anni in una catena di montaggio

In occasione del Primo Maggio pubblichiamo un inedito di Massimiliano Santarossa dedicato al mondo del lavoro; l’autore friulano è in questi giorni nelle librerie e anche nelle edicole col suo nuovo libro “A guardare il Nord” (Biblioteca dell’Immagine) abbinato al Messaggero Veneto.

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Oggi è il secondo Primo maggio in tempo di pandemia. Ma oggi è anche il decimo, quindicesimo, forse ventesimo Primo Maggio in epoca di crisi del lavoro. Ieri sono andato al bar dietro casa, dove ancora ci entra qualche vecchio operaio, col suo carico di memorie.

Ricordo gli enormi capannoni - attacca a raccontare, lo sguardo fisso nel bicchiere di vino - s’innalzavano al di là della strada Pontebbana, così tanti e grandi da non veder la fine; parevano schiene di balene, in fila sul mar di cemento, curvate verso il Piancavallo, l’entrata col cancello di ferro colorato d’azzurro come il mare.

Era il corpo della fabbrica, “organizzata in settori produttivi”, mi spiegarono qualche giorno prima, durante un colloquio tenuto in un ufficio in centro, lontano da lì, ché era meglio non mostrar la fatica al primo appuntamento.

Quel giorno, di fronte ai miei occhi di ragazzino, s’aprivano le porte della gloriosa Zanussi, la Fabbrica! Seconda per numero di operai solo alla Fiat, ma quella costruiva auto, mica elettrodomestici.

«È ben più utile la Zanussi che la Fiat, mica ci metti in fresca la carne nell’auto», si ripeteva orgogliosi noi operai e i dirigenti e tutti quanti; lì dentro stava il “posto fisso”, lavoro per sempre, alla portata di uomini e donne e ragazzi abituati ai campi, migliaia di contadini diventati operai in un niente, che ogni giorno e ogni notte, a tre turni, arrivavamo fin dalle città attorno, per costruire una dietro l’altra cucine economiche, frigoriferi, lavatrici.

Cucinare di fretta, surgelare carne e verdura, lavare vestiti, spediti, veloci: «Donne è giunto il progresso!», leggevi sulle locandine pubblicitarie, in quella fine anni Sessanta e inizio Settanta.

E così a Pordenone, come fu prima a Torino e Milano, per stare lontano da campi, polvere e povertà, ti arruolavi nel nuovo esercito di tuteblu, otto ore al giorno, o a notte, 6-14; 14-22; 22-6, e via all’inseguimento di nuovi sogni e bisogni, avvitando viti, montando motori elettrici, incastrando cestelli di metallo o imballando su bancali file interminabili di pezzi di ferro chiamati “Lavatrice”, “Forno”, “Frigorifero”; nuovi nomi, roba tecnologica, che mica avevamo mai sentito prima. Avanti la “Civiltà Industriale”!

Era l’alba, raggiunsi col cuore che batteva in testa l’entrata dello stabilimento, in fila dietro a quarantuno maschi e ventiquattro femmine, li contai dal primo all’ultimo, tutti coperti del medesimo camice blu. Sembravamo scolari; eravamo lavoratori.

“Entrata Centrale Operai” diceva l’insegna, larga e alta alcuni metri. Sotto, un portone spalancato e dentro il nero profondo che ci attendeva.

Tenevo sedici anni all’anagrafe, in quel 1968, chissà quanti alla vita. In lontananza vidi quello che pareva il caporeparto, alzava braccia, camminava avanti e indietro, spartiva ordini a gruppi di donne e uomini, facce immobili, occhi fissi, schiene sull’attenti.

Lo raggiunsi camminando nel buio, tra corpi di carne, i compagni operai, corpi di ferro, le compagne macchine, e ancora corpi di ferro, e altri corpi di carne. Un unico ammasso di ossa, cavi elettrici, sangue e olio.

Ci dissero che le “Catene di Montaggio” le aveva inventate Ford, uno fin più grande di Zanussi, laggiù in America, addirittura all’inizio del secolo; invece qui nella nuova zona industriale arrivarono a metà degli anni Cinquanta, e così in tutto il Friuli e il Veneto; ecco l’avvenire per il sottoscritto e future generazioni.

«Vita di progresso, ché il cacciavite è ben meglio della forca», usavano dire in casa, in osteria e pure in canonica, i genitori, gli ubriaconi e i preti, spesso confondendo i ruoli; ecco pronta la vita nuova e migliore: operaio, tutablu; ma nuova o migliore di chi e di che cosa, quello era da chiedersi!

Ma non era tempo di farsi domande! Quelli eran anni che avevi da far crescere l’Italia! Allora avanti a petto gonfio, tenendo respiro e lacrime, fin in fondo al capannone. Così arrivò una voce dal buio, come un fischio; l’urlo!

«Qui tu sei in prova, bocia. Vedi di rigare diritto, bocia. In due settimane ti giochi un contratto a vita, bocia. Lavora tanto, piscia poco, parla niente. Capito, bocia?!», sbraitò, fiero, il caporeparto, bava ai lati della bocca. “Cristo che tuta slozza d’olio”, pensai osservandolo. Alzai e abbassai la testa.

«Sì», risposi. Occorreva aggiunger nulla. Capisci immediatamente che con certi è inutile metter sillabe a gratis.

Mi sistemai davanti al mostro di ferro. Dentro la cassetta di cartone all’altezza dello stomaco trovai un paio di guanti gialli di pelle spessa.

Afferrai l’avvitatore, allargai le gambe, piantai i piedi, e dopo un fischio così elettrico da penetrare il cervello il macchinario partì. Mi girai e arrivò il primo motore di frigorifero da sistemare sulla lastra di metallo laccata di bianco.

Afferrai la lamiera e avvitai le otto viti più veloce che potevo. Arrivò il secondo motore.

Afferrai un’altra lamiera e avvitai altre otto viti più veloce che potevo. Arrivò il terzo motore.

Afferrai ancora un’altra lamiera e avvitai ancora altre otto viti più veloce che potevo.

Mi voltai verso l’inizio del rullo. Motori su motori su motori scivolavano sopra la catena di montaggio.

Una fila di mostri d’acciaio. A perdita d’occhio. Non c’era modo di fermarli. Non c’era modo di combatterli. Non c’era modo di sconfiggerli. A sedici anni capii che tutti i super-eroi erano morti. Era l’inizio! —

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