L’archivio Borghesan al Craf Quasi cent’anni di fotografia

Oltre tredicimila tra negativi, diapositive e lastre ora saranno custoditi dal Centro Il presidente Sarcinelli: «Materiale prezioso che rappresenta Spilimbergo»



«Fare fotografia negli anni Cinquanta era sicuramente diverso che vivere il mondo digitale odierno. Lo scatto di una macchina fotografica a lastra era unico e irripetibile, non poteva essere improvvisato ma meditato e studiato. C’era l’incertezza del risultato, ma anche l’aspettativa, la frenesia di vedere se la lastra aveva “registrato” quel fatidico momento». Con queste parole Giuliano Borghesan iniziava una lunga intervista nel 2014 in occasione della mostra a Villa Manin di Passariano curata da Gianfranco Ellero e da chi scrive.


I Borghesan appartengono a una dinastia di fotografi con Angelo (1901-1947) e i due figli Gianni Placido (1924-2004) e Giuliano (1934-2019), quest’ultimo padre di Gianni Cesare (1966) che prosegue nella tradizione familiare.

Spilimbergo capitale del mosaico ma anche della fotografia, territorio dove nasce nel 1955 “Il Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia” attorno alle figure di Italo Zannier, Gianni e Giuliano Borghesan, Aldo Beltrame, Fulvio Roiter, Toni Del Tin, Carlo Bevilacqua che porteranno grande innovazione intellettuale alla fotografia.

Il Craf acquisisce un archivio importantissimo di oltre 13.000 negativi, diapositive, lastre e positivi: quasi cento anni di fotografia, un vero e proprio scrigno di memoria storica. «Per noi si realizza un sogno – afferma il presidente Enrico Sarcinelli – il Centro ha colto l’opportunità di conservare materiale davvero prezioso che rappresenta la città di Spilimbergo, patria e culla della fotografia».

Gianni Cesare e Barbara, figli di Giuliano scomparso nel 2019, hanno fatto una scelta legata alla conservazione di questo patrimonio piuttosto che commerciale attraverso la vendita a molteplici istituti che avrebbe procurato inevitabilmente la dispersione di un materiale unico che invece sarà studiato, restaurato, conservato e messo a disposizione di altri enti che si occupano di fotografia.

Se purtroppo rimangono solo pochissime lastre di Angelo Borghesan, troviamo invece un archivio composto da centinaia di scatti realizzati da Gianni Placido, o più semplicemente Gianni, e Jano, così veniva chiamato dagli amici Giuliano Borghesan.

Nello studio della famiglia c’era un’attività commerciale legata alla ritrattistica, alle cerimonie e commissioni di varia natura completamente separata da quella dedicata alla ricerca, alla sperimentazione dove sono nati scatti irripetibili. Gianni rimase fedele al territorio spilimberghese, apprende il mestiere del fotografo attraverso gli insegnamenti del padre e ne eredita lo studio nel 1947, precedentemente appartenuto ai Zamperiolo. Sfugge alla deportazione in Germania e rientra in un Friuli ancora rurale ma con una forte volontà di riscatto. Un attento studio della luce, l’immobilità dei suoi soggetti e la grande forza emotiva sono le principali caratteristiche delle sue immagini, scatti sempre studiati che ritroviamo anche nel fratello più giovane di dieci anni, Giuliano.

«Le immagini di Borghesan – ha scritto Carlo Sgorlon nel 1972 – sono cose di rara poesia» che ritroviamo in tutto il percorso neorealista dei due fratelli e dei componenti del gruppo friulano: i “magnifici sette” come ama definirli Gianfranco Ellero.

Giuliano rimane orfano a tredici anni e impugna subito la macchina fotografica per esigenze economiche ma anche per il legame nei confronti del padre e del fratello maggiore. Durante il suo periodo “spilimberghese” realizza vere e proprie icone del neorealismo così detto friulano come “L’accordo truffa”, “Madre e figlio”, “Ada” e “Pioggia a Spilimbergo”. Nel 1958 parte per il Marocco, per rientrare a Spilimbergo con sua moglie Elisa e il figlio Gianni Cesare nel 1976, “annus horribilis” per il Friuli.

In Marocco incontra il “sogno americano” come lo stesso Jano affermava, può sperimentare, lavorare nella promozione e nel turismo, spaziare in ogni campo della fotografia, tutto è nuovo e inesplorato. Se l’attività imprenditoriale all’interno del suo Royal Studio di Casablanca gli permette di gestire clienti internazionali, la ricerca artistica lo porta ad esplorare il Marocco regalandoci istantanee, doverosamente a colori, che hanno fatto storia.

Nel 1990 il Craf ha premiato, in occasione di “Fvg Fotografia”, Gianni Borghesan e nel 1998 Giuliano che è stato nominato in seguito presidente onorario del Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia.

«C’è chi guarda e chi vede – scrive Tito Maniacco – e Borghesan appartiene al ristretto genere di coloro che sanno vedere, perché vedere è una qualità che ha un filone, una radice connessa al ragionare sulle cose». —



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