Lettere alla figlia per parlare della paura di essere mamma



«Mi dovevo salvare da te»: parole terribilmente sincere di una madre rivolte alla propria figlia. Sono quelle scritte da Agata, protagonista del primo romanzo di Carla Corsi, originaria di Sora, trasferitasi a Udine per amore, una star di Twitter, attiva sul social da 12 anni, seguita da quasi diciassettemila follower.


Da un tweet a un romanzo, che, come lei spiega, «nasce dall’aggregazione di sensazioni vissute, ascoltate, percepite da genitori incontrati nella vita o su Twitter, attraverso un’elaborazione durata anni e una scrittura iniziata nel 2019».

“Piccolo inventario dei saluti” (Gemma Edizioni) è un romanzo epistolare impreziosito dai disegni di Riccardo Giannitrapani, il cui titolo allude a un «rituale degli addii» cullato fin dall’infanzia. Sono rivolte alla figlia Nina le lettere di Agata, ma parlano a se stessa per un disperato bisogno di dirsi e ritrovarsi, e parlano a tutte le donne che sono fuggite di fronte alla maternità, o forse anche soltanto hanno desiderato di farlo. Indugia Carla Corsi sull’impatto traumatico della nascita di un figlio che, nella novità, sovente genera paura, disagio, solitudine. Scavano le lettere, da un lato nel rapporto con la famiglia d’origine, nelle ferite provocate da una madre e da un padre e, dall’altro, nella maternità rifiutata nella famiglia appena creata. Due componenti di uno stesso male. Non c’è colpevolezza, ma un tentativo di comprensione nella scrittura dell’autrice che spiega il messaggio del romanzo: «Le paure non dette diventano un mostro. Il dolore condiviso rompe la solitudine in una rete sociale di rapporti in cui riconoscersi».

Tenta di ritrovarsi Agata, di riscoprire la commozione, la bellezza, la poesia, il tempo, lo splendore della vita. Simbolica e reale è l’immagine delle macerie del terremoto de L’Aquila. Va ricostruita una città che ha perso i connotati e va ricostruita una donna in fuga.

Quanto di autobiografico sia sotteso alle pagine del romanzo e in quale forma lo svela l’autrice: «Il libro ha delle partenze autobiografiche, ossia ciò che nella mia vita ha lasciato un segno: l’epilessia, L’Aquila, il disturbo alimentare, la nascita di mia figlia. Ma sono momenti che mi hanno anche aiutato a crescere, sui quali ho costruito un percorso che ho fatto fare ad Agata. La protagonista ha dei nodi comuni ai miei, ma che in alcuni aspetti si differenziano. L’intento non è stato quello di raccontare la mia vita, ma di soffermarmi sul non detto di tante donne che a un certo punto non ce la fanno più, non riescono a stare dentro un ruolo e fuggono per salvarsi».

In una delle prime lettere la protagonista confessa alla figlia: «Amare è la cosa più difficile del mondo ed io non sono fatta per le cose difficili». Eppure, ogni lettera di Agata, nome che significa «buona e valente», pare essere proprio un gesto d’amore. —



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