La fragilità di un bimbo strappato alla famiglia e cresciuto nel rancore: ecco il nuovo romanzo di Pino Roveredo

È un racconto dichiaratamente anche se pudicamente autobiografico quello che Pino Roveredo consegna a I ragazzi della via Pascoli, (che sarà presentato oggi, giovedì 10 alle 18, alla Libreria Moderna di Udine) la sua ultima fatica letteraria, in libreria da pochi giorni per i tipi della Bompiani.

Con una scrittura sorprendentemente asciutta e scarna, oltremodo parca di quella ricercatezza letteraria linguistica che aveva caratterizzato sin qui le prove dello scrittore triestino, Roveredo rivive gli anni dell’infanzia, sua e di suo fratello gemello, trascorsi nell’Istituto dei poveri Eca di Trieste. Sette anni, “che non ho mai vissuto e non vivrò mai più”, di disciplina rigidissima e colpevolmente indifferente alla fragilità di un bambino strappato dalla famiglia, dove da scontare non c’era colpa alcuna se non quella “vergognosa” della miseria.


Perché a portare Pino e Rino all’età di sei anni in quell’edificio di via Pascoli, edificio austero imponente di impronta absburgica, è stata la povertà, l’indigenza endemica della sua famiglia. Nella quale però i due fratelli avevano sin lì vissuto con allegria e spensieratezza, circondati dall’amore dei genitori, entrambi sordomuti e con i quali sapevano colloquiare con il linguaggio dei segni, una manifestazione giocosa di quell’affetto profondo al quale sarebbero stati brutalmente strappati.

Con la promessa di una vita migliore, di studi buoni garantiti e di gioiosa condivisione con coetanei. Promessa disattesa sin dal primo giorno, quando, gettati gli abiti buoni e poveri della festa con cui erano entrati, vengono ingabbiati in una sorta di cupa divisa nera, rapati a zero e instradati a una vita regolata da una disciplina ottusa e disumana, quasi militare con tanto di divieti assurdi, di soprusi arbitrari da parte degli adulti educatori, di punizioni severe e visite di mamma e papà sempre più rare e stanche.

E quella che doveva essere la premessa di una buona formazione per un futuro migliore, si trasforma in sofferenza muta, in cupo rancore e poi in aperta ribellione, fino alla fuga, la prima di tante che costelleranno l’adolescenza e la giovinezza di Roveredo.

Non c’è compiacimento, né la ricerca di compassione nel narrare di Roveredo, c’è piuttosto lo stupore disarmato e angosciato del bambino che non capisce il perché di tanta inspiegabile sofferenza, di tanta perfida egratuita cattiveria; c’è quello sì, anche se trattenuto e molto ben controllato nella narrazione quasi oggettiva e distaccata, il dolore per un’infanzia rubata.

Un romanzo breve, questo “I ragazzi della via Pascoli” , che ci porta però alle radici della poetica del suo autore e della necessità della sua scrittura, vissuta come sofferto riscatto, come faticata affermazione di sé, ma anche sincera testimonianza di come dai baratri, cui la vita talvolta ci costringe, si può risalire. E risorgere. 
 

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