Mengiste e l’Etiopia: «Quelle donne che si opposero all’invasione italiana»

La scrittrice ospite del terzo incontro in streaming. «Ero prevenuta verso di voi, ma ora il dolore ci accomuna»

Torna a vivere in uno dei romanzi più belli degli ultimi tempi, Il re ombra della scrittrice etiope ma naturalizzata americana Maaza Mengiste, una delle pagine più nere e poco conosciute della nostra avventura africana, la guerra d’Etiopia con tutte le crudeltà messe in atto per fiaccare un popolo fiero e combattivo che addirittura si inventa un sosia del Negus (il Re ombra del titolo) per spronare la popolazione alla resistenza.

Un romanzo scritto dalla parte degli oppressi, e di coloro, anche molte donne – le protagoniste sono infatti Hirut, una serva ragazzina e Aster, la moglie del padrone, che fieramente si opposero agli oppressori e invasori, noi italiani “brava gente” , pronti a tutto, a ogni efferatezza e ferocia, pur di edificare quell’impero che mancava al fascismo.

E di questo romanzo che recentemente ha vinto il Premio Gregor von Rizzori – Città di Firenze, si parlerà con l’autrice in colloquio con Sergia Adami, docente di Letterature comparate e Teoria della letteratura all’Università di Trieste, nel terzo appuntamento di Vicino/lontano On, in streaming sul canale Youtube, sulla pagina Facebook di ùVicino/lontano e sul sito del Messaggero Veneto, oggi, lunedì 14 giugno alle 20.45.

Maaza Mengiste ha scritto questo libro, «perché – dice – volevo fare i conti con il passato del mio popolo, quel passato, di sofferenza e di resistenza. Nel corso delle mie ricerche, però, quello che doveva essere una narrazione sopratutto di uomini si è trasformata in una epopea di donne eroiche, avendo scoperto il ruolo importantissimo che le donne hanno avuto nell’opporsi agli italiani e alle loro violenze».

Quanto al suo rapporto con l’Italia, dove ha vissuto per quasi un anno proprio per scrivere con più cognizione di causa il romanzo, Mengiste ha dichiarato in un’intervista all’Avvenire,di essere arrivata in Italia prevenuta visto che la guerra aveva ucciso parte della sua famiglia. «Quando sono arrivata in Italia, dice, ero piena di rabbia, volevo scoprire di più sulla brutalità e sulla crudeltà degli italiani. Ma più ho conosciuto il vostro popolo, più vi ho voluto bene e più mi sono aperta a capire la complessità della storia.

Ho imparato il significato del perdono, mi sono messa in cammino tra passato e presente per cercare di dare un senso a quel che è successo. Non puoi vivere arrabbiato, quella guerra ha distrutto famiglie etiopi e italiane. Il dolore ci ha accomunati».

Ma il libro si impone al lettore non solo per la narrazione dei fatti storici, ma per la sua complessità strutturale e letteraria. In primo luogo sul rapporto tra scrittura e memoria, «perché, ancora Mengiste rispondendo alle sollecitazioni della professoressa Adami, la storia è narrazione di esseri umani, dei loro ricordi, dei loro punti di vista, per cui la storia, così intesa e così la intendo, fa spesso errori, omissioni. E come romanziera mi sono dovuta immaginare che cosa è rimasto fuori dalla narrazione storica. E nel caso della guerra di Etiopia, ho scoperto che proprio il ruolo delle donne era passato in secondo piano. Perché là donne spesso raccontano in famiglia, non ufficializzano il loro narrare e così ho scoperto casualmente che una mia bisnonna era stata una resistente».

Quanto alla gravità di quello che successo in Etiopia, Mengiste dice che è ancora in parte da riscrivere. La brutalità di quella guerra, l’uso dei gas, i campi di concentramento, l’esecuzione sommaria di prigionieri o di sospetto nemici, non può essere rimossa. «Perché, conclude Mengiste – quando si cancella la storia, si commette un grave errore, anzitutto si manca di rispetto ai caduti che non possono venire più ricordati dai propri cari. Anche i combattenti tornati in Italia sono stati traditi dal loro Paese perché sono stati trattati come nazisti mentre molti hanno combattuto con i partigiani. Perdere questa memoria è un’amputazione della storia italiana». 
 

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