Al Verdi di Pordenone la prima nazionale di “Echo-Chamber” firmato da Manzan

Oggi e domani lo spettacolo tratto ispirato da un’opera di Beckett. Alla regia l’enfant prodige del teatro italiano, Leone d’oro a Venezia 

Nasce sulle tracce di un grandissimo del teatro del ’900, e di quello che può essere considerato se non proprio il suo testamento sicuramente il manifesto più radicale della sua poetica: stiamo parlando de L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett, cui è ispirato lo spettacolo che andrà in scena martedì 13, e in replica mercoledì 14 sempre alle 21 al Verdi di Pordenone, che ne è anche coproduttore.

Si tratta di “Eco-Chamber”, un testo scritto da Rocco Placidi con Leonardo Manzan, che ne firma anche la regia, interpretato da Paola Giannini. Abbiamo sentito Leonardo Manzan, classe 1992, romano ma milanese di adozione avendo frequentato la Scuola Paolo Grassi, dove, racconta, si è diplomato come attore, «ma poi dopo il primo spettacolo nel 2015 che dirigevo ma anche interpretavo, ho preferito stare dietro le quinte, fare il regista insomma».

Una scelta azzeccata, se i due spettacoli che ne sono seguiti gli hanno valso la chiamata alla Biennale di Venezia diretta da quel grande regista che è Antonio Latella per ben due volte. La prima con Cyrano deve morire, riscrittura del capolavoro di Rostand e lo scorso anno con Glory-Wall per il quale ha vinto il Leone d’oro come miglior spettacolo.

Il suo nuovo lavoro parte da Beckett, dal disincanto con cui il geniale drammaturgo inglese fotografa con lungimiranza lo strapotere dei mass media e la crisi dell’artista in conflitto con la propria arte...

«La cosa che ci ha subito interessato del testo di Beckett è il meccanismo di registrazione che sta alla base, quelle registrazioni alle quali anno dopo anno il protagonista ha affidato il racconto della sua vita nell’intento di creare il suo opus magnum. Tentativo destinato al fallimento ovviamente. Perché, e da qui il titolo del nostro spettacolo, quello che funzione nella registrazione e di cui il protagonista si serve è solo quello che lui seleziona, solo quello che lui vuole sentire. Questa è la Eco-Chamber, che è poi lo specchio della nostra società così informata alla comunicazione dei social network, e al meccanismo per cui tu ricevi e ascolti sempre contenuti che ti rispecchiano e non ti mettono in contraddizione».

Krapp è un clow, la protagonista di Eco-Chamber invece?

«Un’artista che mette in scena la sua opera magna, che non è l’opera in sè, ma tutto quello che su quell’opera si è detto, e che lei ascolta nelle registrazioni, come Krapp».

E che opera d’arte è?

«Una scultura, una banana, quasi un’icona di tanta arte contemporanea, da Wahrol a Catelan, e della sua aleatorità».

E allora il teatro cosa rappresenta per Manzan, e soprattutto quale pensa sia il suo ruolo?

«Guardandomi in giro a conti fatti mi sembra che il teatro non abbia nessun ruolo. Ho l’impressione il teatro si ritagli uno spicchio veramente indicibile. Di più, penso che la metafora di Eco-Chamber al teatro calzi perfettamente, nel senso che il teatro è esattamente la costruzione di una camera. Si dice che il teatro dovrebbe essere strumento per la messa in discussione di idee, a me invece sembra in realtà tutto l’opposto: ossia un luogo in cui si va per confermare le cose che già si credono, un posto doveva la platea è lo specchio del palco, non ci sono grandi differenze, grandi dibattiti o discussioni anche interni. Stare a teatro è stare dentro un camera in cui risuonano le idee che già si conoscono». 


 

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