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Il premio di Udine all’intellettuale Calasso: la pandemia gli impedì di ritirarlo

Calasso era stato scelto per il riconoscimento nell’ambito del festival Mimesis Il “padre” di Adelphi riferì di non volersi presentare solo per paura del Covid-19 

La notizia della scomparsa di Roberto Calasso, caduta come un fulmine, addolora non soltanto il mondo dell’editoria – cui il suo nome era legato a doppio filo, in qualità di fondatore e di direttore di una delle più grandi case editrici italiane, ma il mondo della cultura italiana ed europea tutto. Il catalogo Adelphi è semplicemente un capolavoro: un insieme di opere accuratamente scelte che, negli anni, hanno tracciato un percorso vivo e in continuo divenire, pensato per rappresentare qualcosa, per tenere aperto un mondo sempre sull’orlo della scomparsa. Calasso, però, non assisteva a questo progetto guardandolo semplicemente dall’alto, ma vi partecipava direttamente inserendovi le sue stesse opere come tasselli in un mosaico mai finito; opere difficili da catalogare, perché occupano, con la loro strabordante ricchezza, lo spazio della filosofia, della mitologia, delle note critiche, della storia delle religioni e, in ultimo, proprio a ridosso del giorno della sua scomparsa, dell’autobiografia.

Proprio per questo motivo, lo scorso marzo avevamo deciso di premiare Calasso alla nuova edizione del “Premio Udine Filosofia”, prevista ad ottobre all’interno del Festival Mimesis. L’idea, emersa da un dialogo con Silvia Capodivacca – una delle curatrici dell’edizione di quest’anno –, è stata proposta allo stesso Calasso, il quale, pur manifestando un significativo apprezzamento per le motivazioni che giustificavano il premio che gli avremmo consegnato, aveva preferito non accettare più inviti e onorificenze a causa della situazione pandemica in corso.


Oggi, dunque, viviamo tutti un vuoto immenso causato della sua scomparsa, un vuoto lenito soltanto dalla presenza invece costante, misteriosa e avvolgente, delle sue opere e del Mito Eterno che, con dolcezza, queste ci tengono costantemente svelato. Visto l’apprezzamento di Calasso per il testo – scritto in collaborazione col il professor Marcello Barison dell’Università di Bolzano – lo riportiamo qui di seguito.

In un saggio fulminante che “allestisce” un’insospettabile lettura vedantica della Finestra sul cortile di Hitchcock, Calasso avverte: «Chi entra in un Hitchcock, in un Libitsch, in un Ophüls mette piede in luoghi autosufficienti, che tendono a risucchiare tutto in sé». Si sarebbe tentati di dire lo stesso del «pensiero impuro» (Nietzsche) in cui, come in un vortice a spirale, si svolge l’opera di Roberto Calasso, la quale, sia detto per inciso, contempla altrettanto misteriosi wormohole che connettono uno all’altro alcuni salienti tratti di percorso senza dover sempre attendere di completare il giro per raggiungerli. Calasso è un rabdomante il quale, anziché logorarlo con pretestuose dimostrazioni a esaurimento’, ci invita ostinatamente, per ogni territorio calcato, a mantener vivo – dunque mai del tutto addomesticato – quel senso per «l’immensa vastità dell’ignoto» al quale ci rendiamo disponibili solo accettando di sottoporci a un’interminabile pratica di iniziazione che si compie anzitutto attraverso la lettura e potrebbe infine anche rivelarsi letale. La sua opera, quindi, è letteralmente delirio perché, come ogni mania davvero sapiente, trascende incessantemente in altre le proprie tracce: «Per capire se stesso, l’Occidente ha bisogno anche di categorie nate altrove».

Così, appunto, Hitchcock conduce al cuore sacrificale del Vedanta, la Teogonia di Esiodo (via Mauss) si ritrova, mirabilmente perfezionata, nel ciclo Tiki dei maori polinesiani e una lettera di Leibniz a Père Verjus, gesuita in Cina, propone la scoperta della numerazione binaria, rintracciabile anche negli esagrammi dell’I Ching, per istituire una «convergenza speculativa» tra l’Occidente che proprio allora imprimeva un’accelerazione decisiva al processo di globalizzazione e l’impero Qing. Similmente, ma tracciando un percorso per molti versi opposto, si rileva che per gettare davvero luce sul fondamento metafisico della coscienza, più che abbandonarsi alla fede neuroscientista praticata dagli sciamani californiani dell’hi-tech potrebbe forse esser utile rileggere con attenzione le Upanisad. È questa, allora, la legge del sapere senza nome che solca l’ignoto senza mai cedere alla hýbris che s’illude di poterlo integralmente decifrare: «A ogni delirio si può rispondere solo con un altro delirio». Vero, vien da aggiungere, ma a una condizione: dev’essere lucidissimo, come quello di cui, oggi più di ogni altro, è maestro Roberto Calasso.

Per l’unicità dell’esperienza sapienziale di cui la sua opera è testimonianza, e perché, tramite la più rigorosa pratica d’inattualità, riesce a collocarsi al centro, «innominabile», da cui anche il più moderno scaturisce, si è deciso di conferire il Premio Udine Filosofia a Roberto Calasso. —


 

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