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Rumiz porta al festival Dedica il suo istinto di viaggio: «Varcare i confini ha un fascino speciale»

PORDENONE. È tutta la città che si stringe attorno all’ospite di Dedica, festival letterario unico al via sabato 16 ottobre in un gremito teatro Verdi, e con un programma che fino al 23 ottobre accompagnerà lettori e spettatori ai temi e alla scrittura di Paolo Rumiz.

Saggista, giornalista, scrittore e protagonista dell’edizione 2021 di Dedica Festival, «finalmente in presenza» dice soddisfatto il suo curatore, Claudio Cattaruzza, Rumiz è sorpreso, affascinato, colpito da quanto sta succedendo a Pordenone.

«Il mio lavoro – confessa – è stato scandagliato con tale profondità e ha ricevuto una tale quantità di sollecitazioni alle quali non ero abituato. Sono stato obbligato a riaprire cassapanche piene di memorie che avevo dimenticato. Dedica forse vale più di un Nobel, perché ha un forte riscontro popolare, e la concreta percezione di un evento che avvicina le persone alla letteratura».

L’Europa, i suoi confini, la sua mitologia e le sue contraddizioni. E poi il viaggio, l’elogio del cammino, il mare, Trieste, la sua storia e la condizione attuale. Sono solo alcuni dei temi suggeriti dalla sua presenza a Dedica, un festival unico nel suo genere, la cui fortunata formula ideata e curata sin dalla nascita da Claudio Cattaruzza, permette allo spettatore di immergersi nell’opera completa dell’autore.

I confini, dunque. «Il mio istinto di viaggio nasce da lì – precisa Rumiz – dalla vicinanza a un margine che mi incuriosiva. Al contrario dei miei genitori che lo vedevano come una linea sismica che doveva fermare i carrarmati di Tito, a me faceva venire l’irresistibile voglia di attraversarlo».

E l’Europa. Proprio nei giorni di Dedica esce per Feltrinelli “Canto per Europa”.

«Lo considero il primo vero libro della mia vita – confessa Rumiz – e ne ho scritti quasi 30. Ma la fatica fatta nello scrivere, l’emozione che mi ha dato, la gioia di averlo in mano stampato non ha paragoni con quanto fatto finora.

Un libro che non ha un interlocutore unico, per tre anni ho tenuto le orecchie aperte per catturare tutto ciò che realtà mi offriva e che fosse compatibile con la riscrittura del mito di Europa. I miti sono fatti per essere riscritti continuamente altrimenti perdono il loro senso, nella riscrittura continuano e si adattano ai tempi. Io sentivo l’urgente bisogno che Europa si desse una sua mitologia, si ricordasse che il suo fondamento prima che economico e geopolitico era mitologico.

E che vede all’origine la scena primordiale di coloro che attraversano il Mediterraneo con una ragazzina sulla schiena, un’immagine che ha sedotto per secoli gli uomini e che oggi siamo tenuti a reinterpretare anche alla luce di ciò che avviene nel Mediterraneo».

Inevitabili i riferimenti alla sua città. «La Trieste dei caffè letterari, quella di Joyce e di Svevo, quella che cercano i turisti è finita nel 1918 con il passaggio all’Italia. Oggi è una città che soffre una profonda crisi di debolezza identitaria. Ha subito una romanizzazione che non ha niente a che fare con la sua storia che ancora seduce molti.

Mi sento profondamente italiano, amo la lingua italiana e il suo metro più naturale l’endecasillabo, al punto da nasconderlo in un discorso in prosa, anche se vivo la frontiera e non mi spavento se sento parlare sloveno. E vivo malissimo la protesta dei portuali, un tradimento da parte della classe di lavoratori trattata con i guanti dal suo presidente.

È un suicidio per la città, una protesta pilotata dall’esterno, venerdì c’erano migliaia di veneti, per trovare dove fosse il porto l’hanno dovuto cercare su Gooogle map, è chiaro che si sono fatti raggirare da questa grande emozione irrazionale pilotata dall’esterno che è il discorso dei no vax.

Mi spaventa che in Europa ci sia un’epidemia di stupidità informatica molto più grave del Covid e che qualsiasi potenza straniera capace di manipolare il web può influenzare».

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