Peter Zeitlinger, “l’occhio” di Herzog: «Il Friuli ha molte storie da raccontare»

Al direttore della fotografia, che vive a Premariacco, è dedicata la rassegna Omaggio di una visione a Gorizia 

Dopo un’intera collezione di premi per la miglior fotografia, Peter Zeitlinger verrà insignito anche in Friuli Venezia Giulia con un riconoscimento nell’ambito del festival cinematografico “Omaggio a una visione” del Kinoatelje, in programma fino al 24 ottobre in diverse località della regione e della Slovenia.

L’autore di origine ceca che oggi vive a Premariacco riceverà il Premio “Darko Bratina 2021” a Gorizia domani, mercoledì 20. La rassegna propone vari film dove Zeitlinger ha curato la fotografia, in particolare in importanti film diretti da Werner Herzog, maestro della cinematografia tedesca contemporanea, ma anche con Abel Ferrara e nei progetti dell’attore e regista James Franco.

In passato ha collaborato a film di Hollywood, documentari, piccole produzioni europee, tv commerciali. Quanto è diverso girare con stelle del cinema come Nicole Kidman o Nicholas Cage rispetto ad attori meno noti e meno esperti?

«Non si tratta di stelle del cinema o meno. In America quasi tutti gli attori recitano bene ed è facile lavorare con loro, perché tutti seguono più o meno il metodo Strassberg. Ciò significa che diventano il personaggio, non lo mettono solamente in scena. Poi rimangono sempre concentrati. Ci sono anche alcuni attori europei che raggiungono questo livello. I peggiori attori sono i tedeschi che rifiutano il metodo Strassberg, creando intellettualmente il proprio ruolo e non emotivamente».

Di lei si dice che interpreta le visioni dei colleghi registi senza perdere l’approccio personale, ma anzi rafforzandolo. Può spiegarci come?

«Spesso sono i registi e i produttori meno esperti a volermi insegnare come dovrei fare un film. Preferisco lavorare con chi ha più esperienza, capiscono e apprezzano meglio la mia creatività. Werner Herzog mi ha inquadrato come responsabile per l’immagine. Mi chiama il suo occhio. Recentemente ho lavorato con il regista Peter Keglevitch, ha girato più di 50 film e ha collaborato con svariati direttori della fotografia piuttosto noti. Ha detto che non ha mai incontrato qualcuno come me, capace di prendere la visione del regista per portarla a un livello superiore. I registi esperti non hanno paura del mio creatività».

Del suo lavoro è stato detto che si muove oltre i confini, spingendosi al limite. Si ritrova in questa definizione?

«A un certo livello di produzione cinematografica non ti piace seguire sentieri battuti. Fare film è molto impegnativo, solo una scarica di adrenalina e rischio ti rende capace di sopportare quella sfida fisica e mentale. Quindi ogni film è un particolare “esperimento” che nessuno ha fatto prima. In “Cave of forgotten dreams” ad esempio ho costruito le mie fotocamere 3D. In Tommaso di Abel Ferrara ho girato con una fotocamera-drone modificata per essere flessibile e seguire Willem Dafoe attraverso la metropolitana di Roma».

Cosa preferisce fare a questo punto della sua carriera?

«È diventato molto difficile fare del buon cinema. I soldi degli investitori vanno a progetti stupidi, perché promettono più soldi. Finanziare un film significativo diventa quasi impossibile. Una grande occasione è rappresentata da realtà come la Film Commission, il Mibact e il Fondo Audiovisivo, perché c’è una missione culturale senza pressione commerciale. In Friuli ci sono grandi persone come Paolo Vidali e Federico Poillucci. Hanno supportato film dal successo commerciale, ma anche dotati di significato e profondità. E, a proposito, sto preparando con mio moglie Silvia e il supporto della Fvg Film Commission un film sulle donne slovene emigrate in Egitto negli anni’20».

Sappiamo che oggi vive in Friuli, a Premariacco. Come mai ha scelto questo posto?

«Il Friuli è una bellissima terra. C’è il mare, ci sono le montagne e ci viviamo in mezzo. Con mia moglie ci siamo trasferiti perché abbiamo 4 cavalli che portiamo lungo il Natisone. Inoltre qui ci rilassiamo dall’ambiente stressante dell’industria cinematografica. Il Friuli ha molte storie che meriterebbero di essere raccontate». 
 

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