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Festival Mimesis, De Toni: «Con il Covid la democrazia si è trovata in impasse. Non c’era bisogno di questa conflittualità»

Tra gli appuntamenti in programma venerdì 29, per il Festival Mimesis, quello in calendario alle 18 al Comunale di Monfalcone si presenta di spiccata attualità, trattando di “Società aperta: tra scienza, potere e libertà.” Abbiamo sentito uno dei relatori, Alberto De Toni che dialogherà con Mauro Barberis dell’Università di Trieste, Giovanni Leghissa e Gabriele Giacobini dell’Università di Udine.

«Quando si parla di società aperta non si può non fare riferimento a Karl Popper il quale per società aperta intendeva una società in cui ci siano dei confronti dialogici tra i diversi gruppi sociali e che la verità emerga da un confronto libero: questa è oggi la concezione più gettonata di società aperta, aperta ai cambiamenti al confronto al divenire, cioè fondamentalmente democratica».

Una concezione che di questi tempi, soprattutto dopo l’esplosione della pandemia che ha contribuito ad allargare il gap tra nord e sud, tra ricchi e poveri, sembra essere un po’ in declino, messa in discussione da tentazioni sovraniste e populiste oppure al contrario da tentazioni di tipo oligarchico, come il cosiddetto governo dei tecnici e non dei politici.

«La scelta dei tecnici – spiega De Toni – è figlia di una difficoltà della politica, che fatica a trovare delle risposte di natura sociale ed è comunque una scelta di ripiego perché la democrazia deve esplicarsi nell’azione politica dei partiti e nel confronto tra di loro. Quanto ai populismi, questi sono una scorciatoia comunque a problemi reali e quello che è paradossale è che spesso sono proprio le classi meni abbienti che si fanno rappresentare da forze che poi, la storia insegna, hanno portato alla guerra ai conflitti alle distruzioni. Purtroppo i sovranismi e i nazionalismi li abbiamo già visti all’opera in Europa, Europa che hanno distrutto consegnando le leadership a Usa Cina Russia. Una soluzione la loro che non è storicamente quella giusta».

Soprattutto in questi mesi, la scienza non è stata uniforme ad esempio rispetto ai problemi legati alla pandemia, anzi ha spesso dato pareri discordanti, creando non poche perplessità.

«Intanto non esiste la scienza, esistono gli scienziati, ci sono quelli più autorevoli e quelli alla ricerca di visibilità e abbiamo visto in questi mesi alcuni fare a gara per andare nei talk show: dobbiamo distinguere tra chi ha un approccio autorevole e chi strumentalizza la sua posizione per trovare visibilità altrimenti non possibile».

Quanto c’è di democratico o antidemocratico nell’azione del governo nell’imporre il Green pass, ad esempio?

«Io condivido le scelte molto forti di Draghi, non condivido il clima di conflittualità in parte anche di odio che si viene a creare perché da un lato si criminalizza chi non si vaccina, dall’altro troviamo frange dei no vax aggressive e violente. Avevamo un problema che da sanitario è diventato politico: il che non fa bene né alla sanità ma neanche alla società perché si crea una conflittualità sociale di cui non c’era punto bisogno, proprio perché la pandemia ha amplificato le differenze, è un problema che ha amplificato altri che avevamo già, per cui ci vuole più politica con la P maiuscola a riportare un certo equilibrio tra le diverse posizioni».

Tra sovranismi e governo tecnici, esiste una terza via per uscire dall’impasse in cui si trova oggi la nostra democrazia?

«Bisogna puntare su modelli federali, che non vuol dire secessionistici, i Paesi più avanzati sul piano della democrazia sono paesi federali, vedi Germania e Usa. Da noi le regioni che sono arrivate ben tardi rispetto all’unità nazionale non hanno i poteri che hanno i cantoni svizzeri o i land tedeschi. Bisogna arrivare a forme di autonomia più spinta e andare verso integrazioni europee più elevate, perché non c’è niente da fare: senza Europa siamo irrilevanti e senza le regioni veramente autonome siamo poco efficaci».

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