Villalta: «L’arte della parola lirica è il motore segreto del mondo»

Esce il volume dello scrittore “La poesia, ancora?”. Una riflessione sulla sua necessità nel tempo dell’infosfera

Un titolo che interroga. Lei, la Poesia. E poi una virgola, a evidenziarla e a invitarci a meditare, sostare, in attesa, come alla fine di un verso. A seguire, la domanda che sta tutta dentro l’avverbio “ancora”. È un saggio che scuote, scandaglia, interroga il lettore: La poesia, ancora? (oggi in uscita per Mimesis Edizioni, nella collana “Punti di Vista”) di Gian Mario Villalta, direttore artistico di pordenonelegge, poeta, saggista, narratore. Appassionato conoscitore del panorama poetico italiano, ha ottenuto riconoscimenti di rilievo per le sue raccolte: Premio Viareggio 2011 per “Vanità della mente” e Premio Carducci 2016 per “Telepatia”.

Nell’odierno trionfo dell’infosfera, scandito dall’accelerazione tecnologica delle strategie comunicative, dalla superficialità della seduzione e dalla velocità della scrittura breve, i poeti vivono ancora? Antropologia e neuroscienze svelano: la comunicazione è solo un aspetto della lingua che è anche prosodia, suono delle parole, voce del pensiero. Forse, allora, si può ancora sentire e percepire le risposte nella lingua della tradizione poetica?


Si parte dalla setta dei poeti estinti, dediti a «succhiare il midollo stesso della vita» nel film cult dal titolo oraziano, «edulcorato e fuorviante», “L’attimo fuggente”, che in originale suonava “Dead Poets Society”. Villalta parte dal prof. Keating per portarci nel vitalismo di chi succhia il midollo dai poeti estinti per un accesso vero alla parola poetica: «La poesia è un’iniziazione, una sosta sulla linea d’ombra della vita e detta il passo che l’attraversa, però comporta un’adesione non di facciata».

I versi degli estinti parlano “ancora”? È viva la poesia? Ha senso darle “ancora” credito? Ci interroga Villalta in una sorta di iniziazione a un viaggio che, attraversando accostamenti filosofici, poetici ed ermeneutici, indugiando sulle suggestioni della teoria e critica letteraria e ricavando nutrimento dalle tappe della storia della letteratura, mette l’uomo e la donna nudi, con solo la lingua poetica addosso.

Da dove e cosa muove l’arte, l’intenzione e la fruizione? Fascinose le ipotesi su emozione e percezione, eppure forse semplicemente «l’opera d’arte ha origine nell’ambito del suo proprio farsi».

Villalta denuncia la “confusione tra arte e comunicazione”. Creativo può essere un post o un selfie? Basta perché sia arte? Il motivo dell’opera va cercato nel movimento della sua origine. Il motivo (da movēre) «è radicato nel corpo e nel tempo, mentre cresce, matura nella relazione tra percezione e linguaggio, nel loro punto di congiunzione e di differenza che è, per la poesia, la lingua».

Villalta ci conduce nel percorso psicomotorio che lega lingua e corpo. Ci porta tra “il dentro e il fuori” attraverso i sensi: un corpo che annusa, vede, sente, gusta e tocca con le mani, ma anche con le labbra e con lo sguardo.

«Con la lingua, tocco le parole?» si chiede e ci chiede l’autore. Percorsi sinestetici che generano pensiero, emozione, creatività. Creare, per l’uomo, non è un “di più”, è vivere: «È l’arte che fa l’uomo». C’è un abisso tra “comunicare” e “con-creare”.

La scrittura si fa gesto rituale e danza, quasi a testimoniare la “compresenza tra natura e arte”. Ma se il segno scritto conserva le parole, dove va a finire la voce? La poesia è ancora forma del canto? «Il poeta diventa “voce di sé e di un altro” come per il lettore la poesia diventa “voce di un altro e di sé».

La poesia “risuona” ancora in una dimensione esistenziale. L’arte della parola si fa con la voce della lingua in cui «noi esistiamo».

Scrive Villalta in un saggio intrigante e rivelatore: «La poesia, l’arte della parola lirica e della narrazione, nel suo legame con la lingua e con la radice stessa della creatività umana – ci tenevo a dirlo – è davvero il motore segreto del mondo». 


 

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