Giordana: «Non volevo girare Yara. E ora racconterò Pasolini a teatro»

Il regista illustra le difficoltà per realizzare il film, ora in cima al box office di Netflix. E anticipa il prossimo progetto: «Vorrei fare uno spettacolo con Lo Cascio»

Un involontario destino si palesò davanti a un film  — “Z - L'orgia del potere”, di Costa-Gavras — un’icona pagana delle pellicole a sfondo politico e un giovane Marco Tullio Giordana ne rimase talmente folgorato da idealizzare quello che sarebbe stato il suo futuro dietro la cinepresa.

“Yara”, in cima al box office di Netflix a pochi giorni dal debutto del 5 novembre, è l’ultima firma del cineasta cremasco su un’opera che segue le sue attitudini a indagare realtà perlopiù scomode e irrisolte, sebbene un finale ci sia sempre, ma pregno di ragionevoli dubbi.


Giordana confessa di non aver «avuto piani definiti agli inizi di carriera, questo interesse per gli scavi dentro una certa memoria scomoda è maturato col tempo. Anche se possono suscitare scandalo non bado alle conseguenze e tiro dritto. Soprattutto quando c’è da ristabilire una verità dimenticata».

E sono quarant’anni dal primo giro di manovella sul set, Giordana, con “Maledetti, vi amerò”, la sua prima impronta sull’impegno civile cinematografico.

«Il cinema ha una potenza suggestiva superiore a un faldone di atti giudiziari. Questo comporta delle responsabilità. Per quanto sia seducente raccontare le vicende controverse, non bisogna mai fare della disinformazione, semmai riportare in superficie i fatti, nudi e crudi senza spettacolarizzazione, senza voyeurismo.»

In un’intervista rivela di aver esitato ad accettare la proposta del produttore Pietro Valsecchi. Era perplesso sul fare un film sul sequestro e sull’assassinio di Yara Gambirasio ritrovata «dopo tre mesi di illusioni», scrive lei su Repubblica, a Chignolo Po, nel bergamasco, a pochi chilometri da casa.

«Un fatto troppo angoscioso, lacerante. Tutti abbiamo sperato che fosse una fuga, di quelle che capitano agli adolescenti. Fu uno choc terribile la notizia dell’assassinio. Non me la sentivo di affrontare questa disperazione, anche pensando al dolore dei famigliari. Ma il teatro deve affrontare anche le tragedie, l’unico modo di farsi una ragione della condizione umana esposta all’ingiustizia e ai traumi».

Lo si avverte chiaramente dalla nitidezza dell’opera. Come del resto dalle sue precedenti, quei viaggi quasi epici nell’inferno di Heysel, nel delitto Pasolini, nell’omicidio di Peppino Impastato, in quel magnifico affresco generazionale de “La meglio gioventù” e nel pandemonio di piazza Fontana. Con quale metodo sceglie le storie da scandagliare?

«Mi lascio ispirare dal quadro d’ambiente di cui un delitto è sempre rivelatore. Il mio maestro Francesco Rosi mi diceva sempre che non bisogna mai essere reticenti, mai disonesti. Che non devi mai cambiare marciapiede se incontri una persona cui hai fatto torto col tuo film».

È stato querelato?

«È successo, ma sono stato sempre scagionato. Mai subito condanne».

Nei suoi lavori di ricerca ha mai scoperto verità tali da costringerla a tacere?

«Ciò che ho capito è quello che si vede nei film. Per l’appunto “mai reticente, mai disonesto” con gli spettatori»

Reazioni a “Yara”, Giordana?

«Moltissime telefonate di soddisfazione. La piattaforma ha fatto uscire il film in duecento Paesi contemporaneamente, una platea sterminata. Ho avuto riscontri di amici dai più lontani angoli del mondo. Una potenza che non ha rivali. Credo che sapranno resistere solo le sale che offriranno qualcosa in più allo spettatore, come il ritrovarsi, il creare appuntamento. Sale come il Sacher a Roma, come l’Anteo a Milano o il vostro adorabile Visionario di Udine».

Siamo sfacciati a chiederle notizie su progetti futuri?

«Non bisogna mai stare fermi e mettersi al lavoro su più progetti perché non è detto che tutti vedano la luce. Una cosa però vorrei dirla: mi piacerebbe fare uno spettacolo in teatro su Pier Paolo Pasolini insieme a Luigi Lo Cascio. Lui ha già fatto qualcosa di simile, proprio qui a Udine, uno spettacolo bellissimo. Ecco, mi piacerebbe tornare al lavoro con lui e e naufragare dolcemente in questo mare». 

 

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