Viaggio nei Balcani trent’anni dopo: mondo multiforme che suscita emozioni



A trent’anni dall’inizio della dissoluzione della Jugoslavia, giunge quanto mai opportuno un libro agile e intenso come I miei Balcani di Maria Renata Sasso (Gilgamesh Edizioni). Originaria di Bari e friulana di adozione (vive da quasi cinquant’anni in Friuli), nel corso degli anni l’autrice ha non soltanto curato progetti volti a far conoscere la città-fortezza di Palmanova e il patrimonio artistico-ambientale friulano, ma anche scritto diversi pregevoli racconti. In questa occasione, si confronta con territori geograficamente vicini al nostro e con le loro storie e culture difficili, complesse, bellissime, che tuttavia non sempre conosciamo, né tanto meno sappiamo leggere in modo adeguato.


I tre racconti compresi nel libro aprono scenari di città inquiete e affascinanti, di terre tormentate e incantevoli, fra gioie, passioni, dolori, rovine e sapori vissuti di persona, attraverso viaggi che toccano con mano la realtà e si materializzano in una scrittura sobria, precisa e al tempo stesso evocativa, capace con pochi tratti di farci scendere in profondità: è fondamentale, infatti, seguire con empatia gli ardui percorsi delle persone che subiscono le conseguenze della grande storia, rendendoci conto di come esse stanno evolvendo, di come si ricostruiscono sia fisicamente che politicamente e nell’animo.

Da stimolo, per l’esperienza che si è tradotta in scrittura, sono state anche le vicende personali: Sasso, infatti, ha una nuora bosniaca (Andrea, che troviamo nel terzo racconto), fuggita all’età di dieci anni con la sua famiglia appena in tempo prima del cataclisma di Sarajevo e tornata a prendere contatto con la sua realtà natale diciannove anni dopo: un passaggio, questo, di cui aveva bisogno. Rientrando in Friuli, infatti, Andrea dice: «La partenza da Sarajevo segnò per me la fine di un’era, di un percorso che a quel punto consideravo concluso definitivamente. Mi resi conto di come il cordone ombelicale con la città, strappato con la fuga precipitosa, non poteva più essere riannodato. Capii che dovevo lasciare andare la mia infanzia nel flusso del tempo perduto per vivere con maggiore serenità il mio presente in Italia».

Un tema centrale, soprattutto del primo e del terzo racconto, è lo spaesamento nato dallo sradicamento, che implica l’impegnativa e vitale esigenza di rimodulare la propria identità adattandola alle situazioni derivate dalla guerra. Ma i racconti parlano anche di incontri con persone, emozioni e luoghi (soprattutto della Bosnia Erzegovina): sì, perché ogni viaggio che voglia essere proficuo deve diventare un autentico incontro, frutto della disponibilità ad aprirsi, ad accogliere, a superare i confini anche interiori per saperci riposizionare senza pregiudizi in base alle esperienze vissute, alla concretezza dei fatti e delle cose.

Tre racconti, dicevamo, di cui il secondo è un intermezzo che, descrivendo una disavventura di vacanzieri trovatisi in balia dei venti, stempera gli altri due più intensi; ad essi è nondimeno unito da un senso di precarietà esistenziale comunicata non dagli eventi della guerra, bensì dalla natura, che sprigionando tutta la sua forza ci fa capire quanta poca cosa siamo in questo universo.

L’intenzione dell’autrice è stata quella di «esplorare a grandi passi un percorso di crescita personale» per calarsi e farci calare «nella comprensione di un mondo multiforme e coinvolgente»: missione compiuta. —

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