L’attrice Giuliana Musso oggi a Roma per ricevere il Premio della critica

la cerimonia



Sarà in scena con “Dentro” a Vicenza, stasera, mentre a Roma le sarà assegnato il Premio della critica 2021. Giuliana Musso, vicentina d’origine e udinese d’adozione, attrice, drammaturga, ricercatrice, riceverà il prestigioso riconoscimento per il percorso ventennale di “palco e scrittura”.

Quale il valore di questo premio?

«L’ho ricevuto nel 2005, all’inizio del percorso congiunto di attrice-autrice come stimolo a fare. Oggi è una conferma felice, una celebrazione di un tragitto vissuto con tanti professionisti. Grazie al Friuli che mi ha accolto agli inizi, a Massimo Somaglino, al Teatro club di Udine. E poi al mio direttore Claudio Parrino e a Giovanna Pezzetta che ha musicato gli ultimi spettacoli».

La bambina n.212 nella colonia delle suore già sognava di fare l’attrice?

«Ero sfiduciata delle mie capacità, ma mi dicevo: “Io sono un’attrice”. Prima del sogno ci fu “la scoperta di sé”, la percezione di avere una natura, un carattere, un’anima da attrice. Recitare è desiderio, non necessità, perché la vita è poetica a prescindere dal palcoscenico».

“L’artista delira” ne “La fabbrica dei preti”. Va “fuori dal solco” con coraggio come nell’accezione latina?

«Sì, il buon teatro è “liberante” perché scova storie trascurate e perché permette di esprimere insieme razionalità, emotività e corporeità, che nella quotidianità stanno separate. Andare fuori dal solco è scegliere anche di dire “no” affinché l’arte non sia un pretesto per stare in scena e la forma non prenda il sopravvento sui contenuti».

Il suo teatro affonda nello strappo tra genere femminile e maschile, tra corpo e anima, e nelle ingiustizie, per poi cucire i lembi?

«Se non onorassimo il potere riparatore dell’arte e della poesia non staremmo facendo il mestiere giusto. La mia vicinanza al teatro popolare ricorda la “relazione col pubblico”, elemento principale in cui avviene la riparazione delle ferite».

Come agisce il suo “teatro d’indagine”?

«È una tecnica di scrittura che, rimandando al giornalismo e all’investigazione, parte dal reale come fonte di una sintesi poetica e non dall’invenzione che solo poi riconosce il reale. È un metodo che precede la scrittura, un processo che nelle testimonianze delinea gli interrogativi che diventano cuore dell’opera teatrale».

Mater dolorosa o donne violate, in ombra, usate… Prendono coraggio nei suoi monologhi…

«Sul palco tratto e interpreto uomini e donne allo stesso modo, attraverso gli organi di senso legati alla pietà e compassione. Ma nella mia visione storica, maturata dall’analisi critica del patriarcato, vedo la netta disparità e l’abuso di potere sulle donne come matrice dei danni e delle distorsioni della società: ingiustizie, gerarchizzazione delle relazioni, violenze».

E sull’occultamento della violenza è l’ultimo lavoro, “Dentro”, al Giovanni da Udine a marzo 2022. —



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