L’irrequieta vita di Julie specchio dei nostri tempi



«Chi sono io?» è la domanda che attraversa tutto il cinema del norvegese Joachim Trier (anche in forma fantastica in “Thelma”); i suoi temi sono l’identità, l’amore e la perdita. Ne “La persona peggiore del mondo” l’incertezza esistenziale si incarna nella figura di Julie, che oscilla tra due uomini, Aksel ed Eivind, e li lascia entrambi. Nella sua irresolutezza c’è un minimo comun denominatore che è l’avvicinarsi sempre di più alla dimensione dello sguardo: prima vuole studiare chirurgia, poi psicologia, poi fotografia. Ma guardare non è lo stesso che agire. La vita le scorre intorno: Julie vuole e non vuole; può dire con sincerità “Ti amo - e non ti amo”; si sente (parole sue) un personaggio secondario della sua stessa vita. Per questo attraversa il film con aria indecisa e un po’ imbronciata: ora persona felice, ora rompiscatole maiuscola, allo stesso tempo. Un tema ritornante del film è quello dell’avere figli; e la voce narrante ci elenca le ave di Julie, tutte donne feconde, laddove la ripulsa di lei è una forma di sterilità. Non a caso alla fine la ritroviamo fotografa di scena di un film: non la vita ma lo sguardo su una copia della vita.


La narrazione di Joachim Trier è non giudicante, e anzi simpatetica. Questo regista possiede una grande penetrazione psicologica (eccelle nel raccontare certi momenti chiave come il lasciarsi), sorretta da una bella libertà narrativa. Vedi la scena in cui, un mattino, mentre guarda Aksel di spalle Julie immagina di correre da Eivind - e il film rende questa fantasia con una memorabile corsa di lei per Oslo in mezzo alla gente immobile come in un fermo immagine. Ma procedendo il film (diviso in dodici capitoli) vira sul tragico della vita. Un perfetto ritratto di “anime liquide” nel quadro della crisi generale di una civiltà. —











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