L’affresco di Sorrentino racconta la storia di Fabio nella Napoli di Maradona

“È stata la mano di Dio” è il nono film del regista campano Protagonista un giovane costretto a diventare adulto in fretta



Fabietto è un ragazzo come tanti: ha una Vespa, un walkman, un orecchino, due fratelli, due genitori in crisi. Fabietto non ha amici, non ha nemmeno una fidanzata, però ha una moltitudine di parenti. Fabietto vive a Napoli, la Napoli degli anni ‘80, la Napoli di Maradona, e finito il liceo vuole studiare filosofia.


Tutto scorre senza turbamenti, escludendo la sfrontatezza sessuale di zia Patrizia, poi il destino fa improvvisamente irruzione e picchia duro. Durissimo. Una gita a Roccaraso, una fuga di monossido di carbonio, una famiglia che si frantuma e un ragazzo, Fabietto, che diventa adulto. Diventa Fabio.

“È stata la mano di Dio”, Leone D’Argento a Venezia e nono gioiello del catalogo di Paolo Sorrentino, percorre poeticamente (anarchicamente) la strada dell’autobiografia. Racconta le prime volte dell’adolescenza. Racconta la manutenzione del dolore e la manutenzione dei sogni (Fabio non studierà filosofia: studierà cinema, perché «La realtà è scadente»). Racconta una città, immobile e onirica, e racconta un tempo lontano, tra minuziosi ricordi personali e sontuosi deragliamenti visionari.

Nel film c’è Fellini. C’è il mentore Capuano. E c’è moltissimo Sorrentino. Un Sorrentino che cambia sapientemente i registri narrativi, dalla comicità alla cupezza, regalandoci memorabili vignette grottesche e un giovane alter ego, Filippo Scotti, davvero da applauso.

Innamorato di Massimo Troisi e di Pino Daniele (cui sono affidati i bellissimi titoli di coda), Sorrentino è convinto di aver scoperto la semplicità, almeno sul fronte stilistico, e fortunatamente si sbaglia: non perché la semplicità rappresenti un disvalore, anzi, ma perché il suo sguardo non saprebbe rinunciare alla complessità neppure volendo. Neppure se la macchina da presa inquadrasse, distrattamente, una parete bianca. —











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