“Sotto le stelle di Parigi” apre una finestra sulla realtà nascosta dell’emarginazione

Una favola urbana sulla difficile quotidianità dei senzatetto 

sugli schermi

La vagabonda Christine vive nel mondo nascosto di Parigi, negli anfratti lungo la Senna, fra le nicchie della metropolitana. La sua routine solitaria sembra immutabile quando incontra Suli, un migrante eritreo di otto anni che ha smarrito la mamma, destinata al rimpatrio. Mossa da un istinto materno che, forse, la riallaccia al suo passato, Christine decide di aiutarlo a ritrovare la donna, in una piccola avventura nella città ai margini. “Sotto le stelle di Parigi” è una favola urbana che apre una finestra sincera e attenta sulla realtà sommersa dei clochard ai bordi di una città abituata a risplendere. Più che nell’intreccio, piuttosto semplice e lineare, il film riesce bene proprio nella descrizione della quotidianità dei senzatetto, coi suoi tempi dilatati: la mensa dei poveri, le lunghe attese al freddo, gli escamotage per sopravvivere, la solidarietà dei singoli e la generale indifferenza dello Stato.


Del perché Christine sia finita a vivere per strada nulla è spiegato in modo esplicito: mostra una carta d’identità che la indica come ricercatrice dell’università di Grenoble, conserva foto di un figlio che in qualche modo ha perduto.

L’importante per il regista Claus Drexel, da sempre attento al tema dell’immigrazione e delle disuguaglianze sociali, non è l’indagine sociologica, ma restituire alla figura del senzatetto la sua dimensione umana. Mettere insomma la luce lì dove di solito non guardiamo. Ci riesce grazie all’interpretazione tutta in sottrazione di Catherine Frot, fatta di pochissime battute e molta grazia. —

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