«Come padri insegniamo qual è il valore della vita»

Mario Perrotta in scena oggi al Palamostre di Udine «Oggi il rischio più grosso dei genitori è non farsi domande»



«Dopo aver fatto i conti, in diversi miei spettacoli, con l’essere figlio, da quando mi sono ritrovato padre di Gabriele, è stato quasi naturale affrontare teatralmente questa mia nuova condizione. E come sempre accade nelle mie drammaturgie ho progettato una trilogia proprio a causa del fatto che essendo padre sono pieno di domande, e non sempre mi so dare delle risposte, anzi spesso quelle che mi do sono storte, sbagliate. Perché io lavoro sulle certezze mentre i figli spesso, cm la loro vitalità, minano alla base le certezze che credi di avere. e così invece che pagare lo psicoanalista, scrivo teatro». Così Mario Perrotta, autore e interprete del l’intenso monologo “Nel nome del padre” , prima tappa di una trilogia nelle figure famigliari, che arriva oggi, sabato 27, al Palamostre di Udine per la stagione di Teatro Contatto.


Ha incontrato uno psicoanalista, Massimo Recalcati, oggi una vera star. ..

«Io e Massimo siamo amici da dieci anni, ci vediamo spesso, ci scriviamo, discutiamo, ci confrontiamo sulla scuola della vita. Quando ho pensato alla trilogia sulle figure famigliari, mi è sembrato naturale rivolgermi all’amico e allo specialista. Avevo bisogno di sapere da lui se ciò che io intuisco col mio naso da artista, come spesso agli artisti capita, corrispondesse anche a ciò che è l’evidenza clinica della contemporaneità»

Il ruolo di Recalcati?

«Di confronto in sede di preparazione. Massimo non ha scritto una sola parola di ciò che io metto inscena e soprattutto non ha voluto neanche vedere quello che avevo scritto. Ha aspettato lo spettacolo. È lontanissimo dall’avere una qualche responsabilità di ciò che io faccio e dico in scena».

Uno spettacolo che ruota attorno all’assunzione di responsabilità, che è l’altra faccia, quella più problematica del non farsi domande, del non interrogarsi sul proprio ruolo.

«Non ho problemi con la mia paternità, anche se ripeto sono pieno di domande. Il problema vero è che incontro una gran parte dei padri che invece domande non se ne pone. Motivo per cui ho incominciato a indagare: oggi il rischio più grosso dei genitori è non farsi domande perché in fondo in fondo non vorremmo questa responsabilità. Siccome io la voglio tutta, mi interrogo sul fenomeno della genitorialità, e questi padri che domande non se ne fanno, li ho messi inscena».

Chi sono allora i personaggi del suo spettacolo?

«Sono tre padri, diversissimi tra loro, per provenienza geografica, formazione culturale e estrazione sociale. Uno è un intellettuale siciliano colto raffinato snob, il secondo è un ricco commerciante napoletano, il terzo un operaio veneto non molto scolarizzato. Vivono nello stesso condominio e tutti e tre hanno un figlio adolescente, in un’età cioè in cui il mettere tutto in discussione diventa pratica quotidiana e questo costituisce il primo vero banco di prova nel rapporto padre-figlio».

Ma che significa essere padre?

«Significa insegnare il bello e il valore della vita. Se funzione della madre è quella dell’accoglienza, quella del padre è trasmettere la scintilla vitale con l’agire e non solo o tanto con le parole». —

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