La rivoluzione russa nel Pordenonese: alla scoperta del Soviet di Pravisdomini

Antonio Capitanio ripercorre le vicende trattate dagli storici. Nuovi documenti e testimonianze per fare luce sulla vicenda

Mattina del 2 dicembre 1921, stradone che da Motta di Livenza conduce a San Vito al Tagliamento, nei pressi di quest’ultima località. Alcuni contadini trovano un uomo riverso in un fosso, la parte occipitale sinistra della testa ferita e sanguinante, la bicicletta accanto con la gomma posteriore afflosciata e, ai piedi, una pistola.

Trasportato a San Vito semiassiderato e in stato di shock, dopo le prime cure riesce a spiegare ai carabinieri di essere stato vittima di un’aggressione e ripete stordito che gli hanno rapinato la busta con 21.000 lire che portava nella tasca interna.

Quell’uomo è Carlo Marinato, sindaco socialista del Comune di Pravisdomini, e le banconote rapinate erano quelle che avrebbe dovuto versare al Consorzio agrario per la fornitura del grano alla popolazione del suo paese.

Ma il giudice non presta fede alla sua versione, non ordina ai carabinieri ulteriori indagini, non indaga su chi poteva sapere che proprio in quel mattino il denaro doveva essere consegnato; fa arrestare il malcapitato e lo incrimina per simulazione di reato, peculato e omessa denuncia della rivoltella.

Carlo Marinato uscirà assolto quattro mesi più tardi dalle principali accuse e condannato solo per non aver denunciato la rivoltella che avrebbe comunque potuto detenere in veste di sindaco. Quel periodo di detenzione sarà però fatale per la sorte dell’Amministrazione comunale “rossa” e del suo sindaco, ingiustamente denigrato.

A distanza di un secolo dai fatti, è da poco uscito un nuovo libro dal titolo Un soviet a Pravisdomini? (Olmis) in cui l’autore Antonio Capitanio, ripercorrendo le vicende già trattate da numerosi storici, a partire da Teresina Degan e Mario Lizzero, e sulla base di lunghe ricerche documentali e qualche importante testimonianza dell’epoca (come quella di Giuseppe Franchi), inserisce quel fondamentale punto di domanda, non tanto per confutare vicende già note (che abbiamo trattato anche in questo giornale) quanto per considerarle alla luce di nuovi elementi.

La risposta che l’autore dà alla domanda del libro è in sintesi: «esistette il nome Soviet, ma non ci fu l’oggetto Soviet». Ricordiamo che la parola era mutuata dal russo e faceva riferimento all’organizzazione leninista dei Consigli di operai e contadini.

Secondo Capitanio, l’essenzialità e anche l’originalità del “Soviet” di Pravisdomini fu infatti il particolare rapporto che esso mantenne con l’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Carlo Marinato, persona che possedeva una lucida visione dei processi sociali e della necessità di un lavoro paziente per ottenere risultati concreti, diversamente da altri Soviet della Bassa friulana (a partire da quello di Saciletto) basati su slogan massimalisti e aizzatori di una conflittualità destinata a essere presto sopraffatta dalla reazione padronale e dalle forze dell’ordine.

Carlo Marinato era un muratore nato a Buenos Aires nel 1889, già combattente sul fronte del Piave, divenuto segretario socialista di Pravisdomini nel dopoguerra ed eletto sindaco dopo le elezioni del 24 ottobre 1920.

Privo di astrattezza teorica e di dogmatismo, manifestò presto la capacità di cogliere la complessità dei problemi e i modi per risolverli, soprattutto a favore dei più bisognosi.

Il primo problema fu quello della disoccupazione, che Marinato affrontò con la costituzione e organizzazione di una Cooperativa del lavoro chiamata “La Proletaria”, che operava in campo sia agricolo che edile partecipando alla distribuzione degli interventi statali attribuiti ai comuni e riuscì a garantire un salario minimo a molti lavoratori.

La sua mancanza di settarismo è attestata dal fatto che lo stesso sindaco assieme al parroco di Barco si fece promotore di un’altra cooperativa, chiamata “La Fratellanza”, ispirata dalle Leghe bianche cattoliche.

Vennero infatti superate le separatezze ideologiche e prevalsero la comunanza di intenti e la solidarietà. Contemporaneamente, vennero sostenute le lotte per i patti agrari e per opporsi alle disdette.

In questo si inserisce la vicenda del Soviet. Capitanio riferisce puntualmente come si arrivò al primo monito dell’assemblea pubblica del 26 novembre 1920 e alla successiva deliberazione del 5 dicembre in cui veniva nominato un Consiglio dei contadini per gestire le terre, così come riporta i fatti del formale sequestro da parte del sindaco del carro ferroviario dell’11 dicembre contenente generi alimentari nonché la requisizione di prodotti al possidente Bigai per non aver ottemperato alla sua ordinanza che imponeva gli affidamenti di granoturco al Comune da parte dei possidenti.

Questi episodi, tuttavia, vengono inseriti in un contesto che dimostra la grande abilità di Marinato di superare gli attriti e di far valere la capacità mediatrice dell’amministrazione comunale. Fu lui a escogitare lo scambio in natura, garantito dal Comune che si indebitava temporaneamente col Consorzio, per anticipare con granoturco i salari che venivano versati in forte ritardo dallo Stato per le opere pubbliche in cantiere.

Per alcuni mesi il metodo funzionò, finché l’Amministrazione annonaria non pretese il pagamento immediato degli arretrati che non tutti riuscivano a rifondere, e fu necessario ricorrere a un prestito.

Nella vicenda si inserirono, per creare difficoltà al sindaco “rosso”, nuovi proprietari terrieri guidati dall’avvocato Piero Pisenti, che avrà un ruolo nella nascita del fascismo in Friuli. Il denaro rapinato al sindaco quel 5 dicembre 1921 impedì di pagare i debiti assunti dal Comune e segnò la definitiva sconfitta dell’amministrazione Marinato e l’arrivo di un commissario prefettizio.

Carlo Marinato su costretto a emigrare, lavorò nei cantieri edili austriaci e nelle miniere di sale di Salisburgo finché poté pagarsi un biglietto per tornare nell’Argentina da cui era partito. 
 

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