Tra cronaca e costume: quando la fotografia diventa una testimonianza

Nella chiesa di San Francesco il racconto del Friuli tra il 1960 e il 1980. Dal boom demografico alle trasformazioni urbanistiche e al post terremoto

L’autobus numero 1 quasi galleggia nell’allagato piazzale Osoppo degli anni ‘70 mentre dall’alto dell’insegna l’uomo della birra Moretti ride sotto il baffo alla vista dell’insolita scena catturata da Enrico Pavonello.

Basta fare qualche passo dentro la chiesa di San Francesco per trovare Pasolini a Trieste, nell’aula magna della Casa dello Studente.

In una foto accanto, scattata sempre nel ’75 da Claudio Ernè, il poeta è nella bara, a Casarsa. Difficile non sostare, lì, tra i due Pasolini, quello vivo e quello ucciso. Poco più in là, l’uomo che ha trasformato i matti rasati in persone, Franco Basaglia, ritratto all’aeroporto di Ronchi da Ernè che ci mostra anche Marco Pannella steso sui sampietrini udinesi in una manifestazione antimilitaristica.


Fotografie che vanno a comporre la sezione dedicata a “personaggi e cerimonie” nella mostra inaugurata ieri e aperta al pubblico da oggi dal titolo “La fotografia come testimonianza. Friuli 1960-1980” organizzata dall’Irpac con la Regione Fvg, il Comune di Udine, Civici Musei, Fondazione Friuli, con il patrocinio dell’Ateneo udinese.

Nelle altre sezioni, luoghi, lavoro, società, cronaca, istruzione a mostrare le trasformazioni del boom economico, le manifestazioni di studenti, donne e lavoratori, le mutazioni urbanistiche, gli sconvolgimenti ambientali, i fermenti culturali, i mutamenti del costume.

Ci sono i giocatori di carte in mezzo a Piazzale Chiavris nel 1973, le venditrici di funghi in piazza XX settembre (foto Pavonello), il venditore su una montagna di cappelli a Gorizia nel ’68 (di Tullio Stravisi), e gli eleganti spettatori dietro gli spalti del Moretti (di Gianni Borghesan).

Carlo Dalla Mura, in un concertino udinese degli anni ’70, immortala una donna sulla Vespa come Audrey Hepburn in “Vacanze Romane”, mentre Pavonello cattura perfino l’acqua santa che benedice a Udine la Nuova 500. Occhio a non premere troppo l’acceleratore perché l’autovelox degli anni ‘70 è in agguato, come pure un vigile alla Alberto Sordi.

E poi c’è il mitico ciclista, che sembra uscito da un film di Hitchcock, con un cartello sul retro della bici: «Vi raccomando il da drio che avanti ci penso io».

Foto di professionisti o amatori o destinate alla carta stampata. Se Eugenio Scalfari fondando “La Repubblica” nel ’76 annunciava un giornale serio senza fotografie, già negli anni ’60 il direttore Vittorino Meloni trasformava il Messaggero Veneto arricchendolo di immagini.

La rivoluzione fotografica udinese del ’68 con l’acquisto della rotativa venne raccontata da “Le Monde”: «In Italia un piccolo giornale di provincia possiede la più moderna tipografia d’Europa».

Durante l’inaugurazione, Lorenzo Ventre ha ricordato ieri il percorso dell’Irpac, di cui è presidente, con i 20 volumi «che raccontano la storia territoriale, a cui si aggiunge un nuovo spaccato del Friuli, uno strumento di valorizzazione rivolto in particolare ai giovani».

Francesca Venuto ha portato i saluti di Fondazione Friuli sottolineando la forza delle fotografie, «una documentazione diretta e coinvolgente unita a un video che è un trattato sociologico».

Alvise Rampini, curatore della mostra, ha illustrato la ricerca e l’allestimento: «Abbiamo riscontrato difficoltà nel ritrovare materiale nella fase storica in cui subentrava la fotografia commerciale, con le macchine che permettevano a tutti di scattare.

A disposizione dei visitatori anche un documentario inedito del ’67 che mostra lo sviluppo industriale e turistico del Friuli. Si tratta di un allestimento in divenire. Alle 40 fotografie esposte si sostituiranno o aggiungeranno altre, relative al terremoto e alle alluvioni, a partire da metà dicembre».

«La mostra racconta una doppia testimonianza – ha commentato l’assessore Fabrizio Cigolot – Da un lato, il Friuli, offrendoci un’occasione per rispecchiarci nella nostra storia. Dall’altro, l’occhio sensibile del fotografo, capace di ritrarre la trasformazione.

L’arte fotografica ha in sé una doppia dimensione: l’immagine scelta e mediata dallo sguardo di chi scatta e l’immagine che poi arriva a tutti e diventa universale».

Ha inoltre sottolineato la bellezza del luogo dell’allestimento che grazie al restauro tornerà a febbraio al suo originario splendore, e la varietà di mostre e proposte artistiche in corso nella città. 
 

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