L’arte della tessitura in Friuli: doppio evento a Fagagna per celebrare Luisa Mattiussi

È stata Luciana Mattiussi Sgobaro a regalare al Comune di Fagagna, documenti, manufatti e il “telaio a ratièra” di fine Ottocento, appartenuto alla sorella Luisa, tessitrice di talento, sul quale ora ci lavorano gli allievi del laboratorio dell’“Arte della Tessitura”. Luisa Mattiussi, appartata artista, scomparsa nel 2015, verrà giustamente ricordata giovedì 2 dicembre alle 18 al “Palazzo della Comunità di Fagagna” in via Castello (prenotazione obbligatoria, telefono 0432 801887, eventi.eco.museo@gmail.com.). “Luisa Mattiussi.

Il sapere e l’incanto della tessitura” è il titolo della mostra, a cura di Anna Baldo Tomai, e del catalogo, a cura di Carmen Romeo, (con prefazione di Gian Paolo Gri), che verrà presentato: un progetto nato grazie a Case Cocèl e all’Ecomuseo “Il Cavalîr”.

Ma chi era Luisa Mattiussi? Un’originale artigiana. Un’amante della natura, che tingeva i colori, in maniera antichissima e nuova, in collaborazione con Luigi Moschioni, tintore in viale Vat a Udine.

Luisa amava la botanica e aveva scelto per il suo Laboratorio Mattiussi le piante tintorie per la campionatura di colori, per le bavelle di seta, lane e cotoni.

E poi, dentro il rito paziente della sua arte vissuta in silenzio a Magnano in Riviera, già negli anni Settanta Luisa era in grado di comporre linguaggi tessili ancora oggi all’avanguardia, nella poesia della sua ordinata architettura.

Che siano arredamenti, abiti, accessori moda; dentro incroci virtuosi tra Bauhaus e Jacopo Linussio, “libro dei Tacamenti” e commissioni Haute Couture, come i rigati di fettucce di pelle per le borse di Roberta di Camerino.

L’artista, nata a Udine nel 1936, aveva preso in affitto un laboratorio (senza riscaldamento) in via Ciconi, e in città aveva creato la produzione “Luisa Mattiussi. Tessuti a mano”, collaborando per molti anni con il bravissimo tappezziere Mario Mattiussi, che poi passò la sua attività a Sandra Benetollo, con cui Luisa continuò a lavorare. (Nomi che non andrebbero dimenticati.)

Poi l’artista si trasferì dopo il terremoto del 1976 a Magnano in Riviera nella villa di famiglia e in un nuovo laboratorio progettato dall’architetto Franco Vattolo. “Detestava e derideva le mode”, scrive nel catalogo la nipote Elena figlia di Luciana, “abborriva il consumismo”.

“Non erano i clienti a scegliere lei”, continua, “era la Lalù (come la chiamavano in famiglia), con i suoi modi un po’ svagati a scegliere i clienti, e una volta accettato l’incarico investiva tutta se stessa”.

È del 1971 infatti l’articolo de Il Piccolo, a firma Cesare Russo, in cui Luisa Mattiussi dichiara: “A me piace vedere dove vanno a finire i miei lavori, perché io le cose le faccio con piacere, non per lucro, e mi piace sapere in quale casa vengono accolte”.

E Luisa Mattiussi in questa arte antica era maestra: allieva della tradizione e innovatrice, fuori dagli schemi se non i suoi. Ci stiamo riferendo ai preziosi “quaderni dei punti” con le sue ricette e cromie, che ora sono conservati nella Scuola di Tessitura e lei dedicata e compaiono accuratamente nel libro.

Carmen Romeo e Ennia Visentin hanno qui raccontato il modo di lavorare di Luisa, descrivendo con precisione didattica i nuovi modi di tessere e l’invenzione delle tonalità, date dalle tinture naturali.

«Un universo – precisa la nipote Elena – composto da colori, abbinamenti, bavelle, sete, lane, cotoni e lini, fili ritorti e orditi impossibili. Le lunghe ore di manualità, china sul telaio, si trasformavano in una meditazione, un suo viaggio interiore tra la semplice bellezza e la complessità delle sfumature». 
 

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