Così il Friuli cambiò grazie al sostegno del sistema bancario

Mario Robiony racconta la trasformazione dopo il 1945 La presentazione del volume domani all’ateneo di Udine



Se c’è un periodo storico durante il quale il Friuli ha cambiato passo questo è il ventennio dopo il 1945. In una regione con molte aree, non tutte, ancora agricole, si avviò allora quel processo di industrializzazione che ha cambiato la fisionomia economica, sociale e antropologica di questa terra. Al ruolo che il sistema bancario friulano ebbe nel sostenere l’avvio di tale mutazione ha ora dedicato uno studio basato su documentazione di prima mano Mario Robiony, storico dell’economia dell’Ateneo friulano: Caro denaro. Banche e trasformazione economica in Friuli (1945-1967), Forum editrice. Il volume sarà presentato domani, lunedì 6 dicembre a Udine, nel l’Aula A di via Tomadini 30, da Andrea Cafarelli e Gian Nereo Mazzocco (Università di Udine) e Giovanni Farese (Università Europea di Roma) con la moderazione di Paolo Mosanghini.


Visto con gli occhi di oggi, il mondo bancario che Robiony descrive sembra un mondo preistorico. Era composto da numerosi istituti con un solo sportello o poco più; la cambiale era il titolo di credito più diffuso; la sede della banca era il luogo dove fisicamente, ogni mattina, gli attori sulla scena economico-produttiva locale finivano per incrociarsi. Come funzionava questo sistema? Funzionava, per le esigenze dell’epoca, tutto sommato bene, spiega Robiony, perché i ruoli erano sufficientemente distinti e complementari.

In primo luogo c’era la fitta maglia delle banche locali: una decina di società ordinarie di credito come la Banca del Friuli, che con 53 sportelli in provincia era l’istituto più diffuso, e una trentina tra banche popolari e casse rurali e artigiane. Erano istituti che avevano una lunga storia, che conoscevano bene il commerciante, l’agricoltore, il piccolo risparmiatore su piazza, anche perché erano gestiti dallo stesso notabilato politico-economico (leggi Democrazia Cristiana) che teneva le redini dei paesi. Erano efficienti? Non molto. Etici? Sufficientemente. Indispensabili? In un tessuto sociale simile, assolutamente sì: e lo sapevano. Però faticavano ad erogare prestiti e ad estendere i fidi, se non dietro consolidate garanzie, e questo rappresentava un fattore limitante in una fase di trasformazione strutturale e tecnologica in cui ci sarebbe stato bisogno di sostenere nuove e coraggiose iniziative.

Poi c’era la Cassa di Risparmio di Udine, a presidenza invece “laica” (prima il socialista Zanfagnini, poi il repubblicano Livi), con una posizione dominante sulla piazza del capoluogo e una specializzazione nei mutui agli enti locali, ai consorzi di bonifica ecc. Mutui considerevoli che richiedevano alle spalle una raccolta (primaria o secondaria) consistente. Quindi c’erano quattro banche nazionali vocate al finanziamento della medio-grande impresa e che si espansero negli anni ’60 grazie soprattutto alle operazioni su estero legate all’import-export. Infine, nel 1958, venne creato l’”anello mancante”, il Mediocredito del Friuli, che si distinse per una politica ottimistica di erogazione di prestiti.

Il sistema resse tutto sommato bene alla sfida della ricostruzione e ai cambiamenti del miracolo italiano. Fu sostenuto da Banca d’Italia e dal suo governatore Donato Minichella, successore di Luigi Einaudi, che perseguì una politica localistica di bancarizzazione del Paese, nell’idea che gli istituti micro fossero i più adatti a sostenere le piccole e medie imprese. La politica di espansione capillare degli istituti locali, infatti, proseguì e contribuì a drenare liquido diminuendo la tesaurizzazione privata (le banconote sotto il materasso) e i depositi postali. La quota di mercato dei depositi tra banche locali e nazionali passò da 75/25 nel 1945 a 85/15 dieci anni dopo.

Fu questo con questo sistema a vasi comunicanti, in cui parte della raccolta fatta dai piccoli istituti sul territorio forniva liquidità agli istituti romani e milanesi che erano i principali erogatori di credito ai settori economici in crescita, che si impiantò, non senza frizioni e ingerenze politiche, la grande trasformazione economica friulana. Persero peso relativo l’agricoltura, l’alimentare e il tessile, decollarono l’industria di trasformazione, l’edilizia, le opere pubbliche e le bonifiche, il turismo.

Gli anni 1967-1968, il limite al quale la ricerca si ferma, furono segnati da un cambio di tono nell’atmosfera economica del Paese con le avvisaglie delle lotte sindacali; il 1968 è una data-cardine anche per la nascita della nuova provincia di Pordenone. Il giudizio complessivo che Mario Robiony dà all’apporto del sistema bancario alla trasformazione del Friuli nei primi vent’anni dopo la fine della guerra è, dunque, positivo. Viene in mente l’espressione “transizione dolce” con cui si sono indicate, in un saggio di qualche anno fa, le trasformazioni del Veneto tra ‘8 e ‘900. Un cambiamento non estraneo né a paternalismi né a diseguaglianze e che ebbe, nella capacità della sua classe dirigente politico-economica di assorbire e rielaborare i traumi delle trasformazioni, il suo carattere precipuo. —



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