Addio a Demetrio Volcic, il giornalista d’altri tempi che ha raccontato il mondo oltre la Cortina di ferro

Morto a Gorizia a 90 anni lo storico corrispondente Rai da Mosca. È stato anche direttore del Tg 1. Senatore ed europarlamentare. Era nato a Lubiana da padre triestino e mamma goriziana

È morto a Gorizia Demetrio Volcic, giornalista, storico corrispondente da Mosca per la Rai. Aveva compiuto 90 anni il 22 novembre scorso. Nato Dimitrij Volčič a Lubiana il 22 novembre 1931, dagli schermi della tv ha raccontato agli italiani il mondo oltre la Cortina di ferro grazie alle corrispondenze da Praga, Vienna, Bonn e Mosca.

Dalla sua aveva il vantaggio di una voce profonda, rotonda, ammaliante. La voce in Demetrio Volcic era un momento di sintesi delle sue umane qualità. La scrittura per lui era un esercizio faticoso, tanto quanto il racconto orale naturalmente gli apparteneva. Le sue “corrispondenze” televisive sul Tg1 erano fluide, esatte, scolpite. E i suoi articoli per i giornali? Idem, ma con una avvertenza. Le pagine memorabili che ha regalato al “Piccolo” erano l’esito di lunghe telefonate, la cui registrazione veniva poi consegnata in tipografia. Per puro scrupolo, rivedeva i testi prima che l’inchiostro si depositasse sulla carta. Ma non vi era mai nulla da cambiare. Perché la sua narrazione era un’opera finita, l’architettura definitiva dei pensieri concepita nella sua mente mentre narrava. Insomma: non scriveva, ma dettava quel che ricordi, esperienza, letture, incontri suggerivano.

Un formidabile e irresistibile affabulatore, ovunque fosse e qualunque fosse l’uditorio: che si trattasse dell’Europarlamento o di un gruppo di amici in osmiza, non importava.

Per quanto possa apparire paradossale, di tale suo talento Demetrio forse non era fino in fondo consapevole.

O forse, su tutto primeggiava la sua tensione esigente, prima di raccontare, ad approfondire, capire, soppesare, entrare nel labirinto dei fatti e illuminarne i protagonisti. Così poteva capitare che, invitato a una assemblea in una scuola di Tolmezzo, abbia trascorso una settimana a preparare la sua conferenza sull’Europa unita come sogno, utopia, divenire storico, contraddizioni e schizofrenie. Andò a Tolmezzo accompagnato dalla sua cartella gonfia di libri, ognuno di essi segnato di sottolineature e foglietti di appunti. La cartella era sempre la sua polizza di assicurazione contro la cialtroneria, per evitare citazioni improprie.

Non faceva poi mai ricorso alla polizza, perché lo assisteva invece una memoria invidiabile, capace di restare impressionata come la carta fotografica di ogni sfumatura.

La carta fotografica della sua mente era rimasta impressionata da mille e mille scatti rari, tra le sedi di corrispondenza di Vienna, Bonn, Mosca e la direzione del Tg1. Come amava dire lui, “casualmente” gli era capitato di partecipare alla rivoluzione di Praga, di frequentare Breznev e di essere quasi di famiglia con Gorbaciov e Raissa, cosicché “casualmente” aveva vissuto la Storia da vicino.

Una Storia fatta con due affacci, soprattutto. Due balconi fondamentali, attraverso i quali la cronaca destinata a divenire Storia entrava nelle case degli italiani. Ricordare il duetto al telegiornale lo divertiva anche nei suoi ultimi tempi, trascorsi nella sua elegante casa goriziana (nient’affatto un sacrario affollato di cimeli). Quale duetto? “Qui Demetrio Volcic, da Mosca”.

Aveva l’immancabile sfondo della piazza Rossa, con il Cremlino e le cipolle sulla cattedrale di San Basilio. Dall’altra parte del mondo rispondeva Jas Gawronsky (sua la sede americana dopo la lunga fase di “Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”). Che vi fosse rispetto e amicizia, tra Volcic e Gawronsky, lo testimonia pure l’evento co-promosso da questo giornale nel novembre 2009 a Gorizia. Evento che per la prima volta trovava congiunte Anvgd e Skzd, ossia le sigle che associano esuli e sloveni/italiani. A trent’anni dal crollo del muro di Berlino, Jas e Demetrio riflettevano dinanzi al pubblico accorso all’hotel Entourage dei protagonisti e degli accadimenti, delle ombre lunghe di tante tragiche pagine e dei backstage di accordi storici. Un privilegio assoluto poter ascoltare, anzi osservare come il filo dell’ordito portato da uno incrociava il filo della trama recato dall’altro tessitore, fino a dispiegare una tela coloratissima. Da persona libera, Demetrio esercitava la critica senza sconti. Nonostante l’amicizia per Gorbaciov e nonostante non avesse simpatia alcuna per il regime comunista, riteneva che la perestrojka fosse stata eccessivamente rapida. Conosceva l’anima profonda dei russi e la loro propensione a identificarsi in un capo forte. Forse non aveva poi torto, considerando i capitoli successivi alla rivoluzione di Gorbaciov e la simil democrazia presente.

Lui era la realpolitik fatta persona, perché la vita lo aveva ammaestrato nel segno del disincanto. Non del cinismo. Ma a illuminare la sua attitudine distaccata verso il potente di turno, raccontava uno sketch della sua adolescenza. Con la famiglia era riparato a Lubiana. Da principio alla parete della classe era appeso il ritratto di un re, poi fu il tempo di un altro re, poi di Mussolini durante l’occupazione fascista, poi di Tito con Stalin e infine di Tito tutto solo. Un ragazzino alle prese con la necessità esistenziale di non coltivare entusiasmi eccessivi.

Di Demetrio colpiva l’understatement. La sua vicenda era esito di tante fortunate “casualità”, di cui non portava ovviamente merito alcuno. Effetto di una cifra autoironica, di una naturale leggerezza. In fondo era una “casualità” anche la sua pluri identità di uomo di confine tra matrice slava, latina, germanica. Tant’è che padroneggiava sei lingue, metafora della sua capacità di entrare nei conflitti e negli incontri di civiltà, di etnie e nazioni. Le situazioni critiche e complesse, fossero i Balcani, il Caucaso o l’Afghanistan lo affascinavano e lo intrigavano perché implicavano la ricerca di un punto di equilibrio o di armonia. Che lo facesse da giornalista in campo o da politico, non importava.

Così quando nel 2004 l’Europarlamento doveva individuare nel proprio seno chi indagasse in qual misura la Slovenia, candidata all’adesione, rispettasse i parametri standard in tema di diritti civili o di esercizio della Giustizia, naturalmente la scelta cadde su Demetrio. E allo stesso modo monitorava le tensioni caucasiche, fino alla guerra tra azeri e armeni. La grande amicizia con Eduard Shevardnadze era uno dei lasciti delle sue scorribande in quelle terre di confine. L’inverso di semplice non è difficile e nemmeno complicato, ma invece duplice o molteplice insomma quel che confligge con l’unità. L’etimo non sfuggiva a Demetrio, che una chiave unitaria ha sempre cercato di offrire a chi lo ascoltava. La chiave, appunto, dell’ascolto. Che lui per primo praticava.

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