Nella piccola bottega degli orrori la battaglia fra il bene e il male

Sul palcoscenico del Giovanni da Udine approda la celebre commedia musicale. Ingrassia: «Favola senza happy end. Canino: «Uno spettacolo amato da tutti»

C’è una bottega, piccola ma risoluta, che non conosce lockdown e vive in una sorta di bolla artistica dal 1932, l’anno della prima apertura.

Certo, la bottega include degli orrori, ma cosa ci volete fare, le crudeltà fanno parte di questo mondo barbaro, anche se qui l’orrore è assai leggero e fluttua in un contesto accattivante. Per accontentare i sostenitori della sintesi, giungo al punto.

“La piccola bottega degli orrori”, uno dei titoli più iconici della storia dello spettacolo, rinasce a nuova vita sotto forma di musical, ovvio.

E con l’insegna di Alessandro Longobardi, in coproduzione con Oti e Teatro Marche, illuminerà il palco del Giovanni da Udine, da venerdì 14, alle 20.45, a domenica 16, alle 17, con doppia replica il sabato (alle 16 e alle 20.45).

Il Teatrone, è bene segnalarlo, è dotato di un sistema di ricambio d’aria ogni quindici minuti. Un aggeggio che viene dal futuro.

I due protagonisti Giampiero Ingrassia e Fabio Canino ci accompagneranno in questa passeggiata nelle segrete della commedia musicale scritta negli anni Trenta, che divenne prima film nel 1960, con un giovanissimo Nicholson, poi nuovamente pellicola nel 1986, diretta da Frank Oz, per scendere infine su tutti i palcoscenici del mondo. È la storia dell’arcinota pianta carnivora, per capirci, e del suo proprietario, il fiorista secchione Seymour.

Una longevità forse dettata da una tematica buona per tutti i secoli, ovvero una sorta di mostro assetato di sangue. Forse il simbolo di tutti i poteri?

Ingrassia: «Temi caldi l’hanno sempre autoalimentata: c’è l’ombra di Faust, la battaglia fra bene e male, il prima ti seduce e poi ti tradisce, il riscatto del nerd, l’amore. Una favola senza l’happy end e, per questo, stuzzica e affascina con la leggerezza tipica dell’arte».

Canino. «L’eternità della Bottega si deve al pubblico, che l’ha amata in ogni momento della sua esistenza. Nonni, papà e nipoti, chiunque ne è rimasto affascinato. Nel male la pianta vince, come spesso vince il male. Sta a noi decidere se nutrirla o no».

Ha già interpretato Seymour nella storica edizione di Marconi del 1989. Cosa l’ha convinta a ridiscendere in campo?

Ingrassia: «Un cerchio che si chiude, raffrontare il mio personaggio trent’anni dopo. La curiosità di capire come l’avrei trasformato a sessant’anni, visto che allora ne avevo trenta ed ero al debutto».

Lei è un artista multitasking, ma il musical le mancava. Non è che dà i voti ai ballerini?

Canino: «Per carità, guardi, sono tutti di una bravura che non ha aggettivi. La mia è stata pura incoscienza. Infatti quando me lo proposero dissi di sì subito senza pensare al fatto che un vero cantante non sono. Alla prima prova volevo scappare, poi sono andato a lezione di canto».

Il musical riempie le platee. Per la sua propensione a essere uno show interattivo fra cinema e tv?

Canino: «Il peso del grande teatro a volte intimidisce, la commedia musicale al contrario elettrizza, per questo calamita chiunque. È la sua forza».

Ingrassia: «È un concerto, gli spettatori ballano con noi, c’è un coinvolgimento totale che con la prosa manca. Noi siamo vergini rispetto ai paesi anglosassoni e agli States, ma dal 1988 ne abbiamo mangiata di pastasciutta».

Parafrasando un suo cult radiofonico: crede nei miracoli?

Canino: «Faccio difficoltà con quelli religiosi, ma se esplode una gentilezza, un amore, un gesto politico, allora sì, ci credo. I miracoli sono i piccoli segni quotidiani che latitano».

Com’é lavorare a teatro al tempo del Covid?

Ingrassia: «Tremi ogni volta che nella nostra chat arriva un messaggio, pensi a un amico di scena positivo. Siamo vaccinati e ci facciamo tamponi, ma il terrore resta».

Canino: «Viviamo isolati nel rispetto degli altri. Tutta ‘sta maledizione, però, ha dato carica alla solidarietà»

Un’infanzia vissuta nel cinema e nel varietà di papà. Avrebbe mai potuto fare l’avvocato?

Ingrassia: «In realtà studiai giurisprudenza, ma l’attore volevo fare. Influssi casalinghi? Difficile essere indifferenti».

Il 2022 ha il viola come colore glamour, notoriamente una tinta che gli attori temono. Se la sente una previsione?

Canino: «Io il 2022 me lo immagino come un aereo che sorvola una città e, causa una turbolenza, non riesce ad atterrare. Ma noi viaggiatori, dagli oblò, intravediamo la pista di atterraggio. Siamo pronti all’applauso quando le ruote toccheranno terra. E, finalmente, ci abbracceremo». 
 

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