Scrittore “contro”, del popolo e scopritore di trame nascoste: ecco perché Pasolini è ancora attuale

Nella società odierna manca una figura di intellettuale e di studioso che introduca nella coscienza collettiva uno spirito critico in grado di farci considerare e capire la realtà

Il 2022 sarà il centesimo anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini. Prima che si abbatta sulla figura del poeta di Casarsa lo tsunami delle celebrazioni vale forse la pena di chiedersi a cosa sia dovuta l’enorme e crescente popolarità dello scrittore conteso fra il Friuli, dove passò parte della giovinezza, Bologna, dove nacque e studiò, e Roma, dove trascorse i suoi ultimi venticinque anni. Pasolini è straordinariamente attuale: perché?

Secondo il catalogo del Sistema bibliografico nazionale sono almeno una trentina i libri che escono ogni anno e sono a lui dedicati: un numero in crescita, che trova corrispondenza nel grande numero di mostre, conferenze, articoli di giornali e, sempre più, pagine e siti web che lo riguardano.

É l’infosfera, infatti, il luogo dove la popolarità di Pasolini continua a montare, complice la grande riconoscibilità della sua immagine e la sua straordinaria fotogenicità. Nessun post con una sua foto passa ignorato.

Proveremo a elencare alcune ragioni dalle quali nasce questa attualità. Ragioni immotivate o che fraintendono la figura di Pasolini, ragioni motivate e reali, ragioni trascurate che meritano una maggiore attenzione. Si considererà soprattutto il Pasolini intellettuale, uomo pubblico, politico: ad altri, più competenti, compete parlare del poeta, del regista, del letterato.

Pasolini personaggio “contro”

Pasolini era contro. Contro la morale prevalente, contro l’establishment («il palazzo»), contro i benpensanti, contro la borghesia, contro la televisione.

Persino contro il Pci, lui che votò sempre comunista; contro la scuola dell’obbligo, pur essendo un insegnante rivoluzionario; e ancora contro il senso del pudore, perfino contro l’aborto, tirandosi addosso le reprimende di tutti i suoi amici intellettuali e artisti...

Ma non era contro nella maniera in cui, semplicisticamente, si concepisce la contrapposizione. Prendiamo uno dei suoi interventi più frequentemente citati, quello in cui, dopo le manifestazioni romane del marzo del 1968, avrebbe preso le parti dei poliziotti proletari contro i manifestanti universitari e figli di papà a Valle Giulia.

Pasolini aveva preparato dei versi che sarebbero usciti su una rivista e furono invece intercettati da L’Espresso che ne pubblicò degli stralci. «Avete facce di figli di papà./ Buona razza non mente. /Avete lo stesso occhio cattivo», scriveva Pasolini rivolgendosi agli studenti, dichiarando di «simpatizzare» piuttosto per i poliziotti: «Perché i poliziotti sono figli di poveri./ Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.»

I versi scatenarono un incendio, con la fila dei commentatori, e le assemblee studentesche, a denunciare l’intellettuale comunista che strizzava l’occhio ai partiti borghesi che guidavano la repressione del movimento studentesco.

In realtà la poesia non era contro gli studenti e a favore dei poliziotti, casomai il contrario.

Bastava semplicemente leggerla tutta: «A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento/ di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte/ della ragione) eravate i ricchi,/ mentre i poliziotti (che erano dalla parte/ del torto) erano i poveri./ Bella vittoria, dunque,/ la vostra! In questi casi,/ ai poliziotti si danno i fiori, amici».

La poesia era, dunque, un invito ai giovani sessantottini «dalla parte della ragione» ad entrare in contatto col Pci e con il movimento operaio per non insterilire la protesta. Era un invito al Partito comunista a fare proprie le ragioni delle proteste. Non a caso la poesia era intitolata Il Pci ai giovani!! (con due punti esclamativi).

Il problema è che, come ha scritto qualche anno fa lo storico Giovanni De Luna: «Si è aperto una sorta di supermarket Pasolini. Ognuno prende dai suoi lavori quello che gli serve: brandelli di frasi, spezzoni di poesie, piegando le argomentazioni pasoliniane alle proprie strumentalizzazioni, distorcendone il senso, in un’operazione che somiglia molto al modo in cui oggi si confezionano le fake news».

Agli entusiasti sostenitori di un Pasolini inequivocabilmente e aridamente contro servirebbe piuttosto rileggere per chi egli sosteneva fossero morti i due Kennedy o, simmetricamente, perché morivano tanti Vietcong: per le istituzioni.

«Poiché le istituzioni sono commoventi: e gli uomini/ in altro che in esse non sanno riconoscersi./ Sono esse che li rendono umilmente fratelli./ C’è qualcosa di così misterioso nelle istituzioni/ – unica forma di vita e semplice modello per l’umanità che/ il mistero di un singolo, in confronto, è nulla (L’enigma di Pio XII). Contro il Pasolini “contro”, c’è un Pasolini, poco attuale, “uomo delle istituzioni”.

Pasolini scopritore e centro delle trame nascoste dell’Italia

Il suo ultimo e incompiuto romanzo, Petrolio, pubblicato quasi vent’anni dopo la sua morte nella forma in cui è stato ritrovato, è una narrazione dietro alla quale vi è da anni un continuo lavorio per interpretare la ricostruzione pasoliniana delle trame e degli scandali dell’Italia degli anni Settanta, con al centro l’Eni, la Montedison, Eugenio Cefis, la morte di Enrico Mattei e tutta quella parte della storia d’Italia che fece da sfondo all’età delle stragi.

Una piega della storia del Paese del Novecento rispetto alla quale Pier Paolo Pasolini aveva le idee chiare e per la quale si sarebbero dovuti «trascinare almeno una dozzina di potenti democristiani sul banco degli imputati», per un processo metaforico, ben inteso, ma che avrebbe dovuto condurre alla «fucilazione, all’ergastolo, all’ammenda di una lira», metaforici anche questi, naturalmente.

Ridurre tuttavia un «progetto di romanzo» come Petrolio, ancora allo stato di materia magmatica, alla sua sola filigrana politica è operazione impropria.

Petrolio è un’”opera aperta”, come forse l’avrebbe (o l’ha?) definita Umberto Eco; una traccia di romanzo nella quale in fin dei conti l’aspetto pubblico dei personaggi è solo una delle loro infinite sfaccettature e il ruolo attivo del lettore nel dare senso a questo materiale instabile è determinante.

Ridurre, allo stesso modo, Pasolini a capo ideale del Partito del Complotto, del quale come si sa molti hanno la tessera, soprattutto a sinistra, è un ancora più futile fraintendimento. Pasolini non sospettava o alludeva. Non affastellava indizi, non raggrumava suggestioni.

Pasolini riteneva di sapere, e lo scriveva: «Io so», scrisse nel 1974, i nomi dei responsabili delle stragi di Piazza Fontana, di Brescia di Bologna (quelle del 1974), di chi ha gestito la strategia della tensione, dei vecchi generali che hanno armato la mano di giovani neofascisti «anzi neo-nazisti».

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno gli indizi».(Che cos’è questo golpe?).

Inserire tutta una serie di fatti che riguardano Pier Paolo, partendo addirittura da Porzûs, dove venne ucciso Guido, fratello di Pier Paolo, a Gladio, alle stragi nere, all’assassinio di Ostia, come è stato recentemente fatto, allineare tutto ciò in un unico disegno di cui non si intravvedono bene le parti in gioco (Usa contro Urss? Contro l’ascesa del Pci in Italia? Contro il movimento del ’68?) può forse servire a vendere qualche copia di libro o ad avere qualche rilancio sul web, ma non aiuta a capire né la personalità artistica del poeta e regista né cosa sia realmente successo in Italia dal 1945 al 1975.

Pasolini e i poveri

Nei volti sdentati dei suoi attori presi dalla strada, nelle vite sbrecciate dei suoi borgatari romani Pasolini esprimeva la sua passione politica principale, quella per i poveri, per gli ultimi. Questo è un aspetto cruciale per comprendere l’antropologia e l’arte del grande artista, anche se è stato spesso considerato attraverso altri filtri: quello politico innanzitutto, che consentì a Pasolini di storicizzare i poveri – i poveri di tutto il mondo – alla luce del marxismo e del gramscianesimo.

Poi quello sociologico: a partire dagli anni Sessanta Pasolini denunciò la «mutazione antropologica» alla quale erano sottoposte le società occidentali e la scomparsa di quella civiltà contadina che veniva sostituita sotto i suoi occhi dalla società del benessere e del consumo.

La passione di Pasolini per i poveri è stata spesso degradata, sia da sinistra che da destra, a una sorta di estetismo superficiale, a una visione intellettuale che esaltava il sottoproletariato senza sapere cosa fossero le sofferenze della povertà.

Accusa, tra le altre, infondata perché negli anni friulani e nei primi anni romani il giovane scrittore aveva dovuto tirare la cinghia, eccome. Le note polemiche si infittirono quando Pasolini, dalla fine degli anni Sessanta, cominciò addirittura a provare nostalgia per la povertà (non la miseria), a rimpiangerla, a dichiarare che si era sbagliato a credere che fosse un male.

La nostalgia del Pasolini immerso nel boom economico italiano per la povertà era invece un suo dato biografico, personale: era anche, o forse soprattutto, nostalgia per degli esseri umani che aveva incontrato nella sua vita e faticava a ritrovare. Egli si sentiva a suo agio in mezzo alle persone umili e anche ignoranti, senza alcun sociologismo da accademia, senza alcuna supponenza, senza alcuna finta cordialità.

Lo spiegano mille e mille episodi, a cominciare dagli anni friulani, dalle testimonianze di chi lo ha conosciuto, di chi lo frequentava nei balli sulle piazze di paese, nelle osterie e nei campi di pallone, in riva al Tagliamento.

Pasolini è uno di loro, con loro parla sempre friulano. «Saliva sulla macchina a parlarci», ricorderà una ragazza di quei tempi, «noi sedevamo a terra ad ascoltare.

Eravamo solitamente una ventina di ragazzi e ragazze, talvolta anche trenta e più non ci insegnava cose grandi, ci faceva capire che eravamo “a mondi sfrutàs”, che i poveri dovevano riscattarsi, riuscire a capire le ingiustizie.

In paese c’era molta miseria. Per lui era molto importante che i giovani avessero capito la situazione, com’era stato il passato e come doveva essere l’avvenire» (P. Gaspari, Il sogno friulano di Pasolini). I braccianti friulani, gli uomini e le donne che Turoldo avrebbe raccontato ne Gli ultimi, prima ancora dei grandi testi ideologici, furono la grande scuola politica di Pasolini: un universo umano che popolerà fino alla fine la sua arte.

Pasolini e lo sguardo critico

Ha scritto Filippo La Porta nell’ultimo volume edito dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa, e dedicato al rapporto e all’amicizia tra Pasolini e Sciascia, che in questi due scrittori «si è probabilmente incarnata per l’ultima volta nel nostro paese la figura pubblica dell’intellettuale eretico, coscienza del paese, voce dissidente solitaria e non allineata».

Buona parte della buona attualità di Pasolini sta qui. Nella mancanza odierna di figure pubbliche di artisti, studiosi e intellettuali che introducano nella coscienza collettiva uno spirito critico in grado di farci considerare e capire la realtài.

Quindi: non i tuttologi da salotto in grado solamente di spalmare la loro (poca) cultura come si distribuisce l’ultimo cucchiaio di marmellata su una fetta di pane troppo grande; non i bastian contrari in cashmere, che rimproverano agli altri di non aver più quel contatto con il mondo reale che loro non hanno mai avuto; non gli opinionisti, i commentatori, i divulgatori, gli esperti della comunicazione in grado di spiegare, analizzare, distinguere, precisare da “esperti”.

Attraverso la sua poesia, dai versi casarsesi alle Ceneri di Gramsci e oltre, con i suoi romanzi che rinnovarono la prosa italiana, nel percorso accidentato dei suoi film fino al devastante Salò, con tutta la sua produzione polemistica, Pasolini costruì la propria indipendenza, la propria magistrale libertà di pensiero.

Ciò gli consentì di essere avulso da ogni centro di potere, pur difendendo la democrazia e le istituzioni; di essere laico, pur considerando la dimensione del sacro insostituibile per l’uomo; di impegnarsi in battaglie civili, pur mantenendo la più totale indipendenza di pensiero e di azione da ogni scuola e condizionamento. In questa indipendenza, in questa capacità di penetrare con occhio sempre inquieto la realtà e scuotere le coscienze con la propria arte sta, in conclusione, il motivo ultimo dell’attualità di Pasolini. Lo disse con altre parole, da scrittore, Alberto Moravia nella sua orazione funebre davanti alla sua bara: «Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo». 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

Tennis, l'esilio dorato di Djokovic nella sua Belgrado

Porridge di avena alla pera e nocciole

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi