La storia delle indemoniate tra isteria ed esorcismi in un piccolo paese carnico

“Le spiritate di Verzegnis” è il testo di Raffaella Cargnelutti. Ripercorre le vicende accadute tra il 1877 e il 1879

«Ninâ, pipin di scune, / tô mari che ti à fat a si consume; / ninâ, pipin di conce, / tô mari che ti à fat a ti sta dongje; / ninâ, pipin colone / tô mari che ti à fat no ti bandone».

La canta Agnese alla figlia, per calmarla e farle sentire che non è sola. La canta Margherita quando ormai è rinchiusa. La canta il lettore tra sé e sé, nel vano tentativo di alleviare l’impensabile. Dondola testa e busto quasi a cullarsi cantando, «dondola in un tempo sospeso, inaccessibile agli altri» che ferisce chi legge.

Così Raffaella Cargnelutti dà non solo veste letteraria, ma soprattutto voce, lamento, respiro a “Le spiritate di Verzegnis”, una storia vera, divenuta romanzo, edito da Mursia.


Una vicenda misteriosa e incredibile, un caso di isteria collettiva in Carnia, finito nelle cronache nazionali, avvenuto a Verzegnis tra il 1877 e il 1879, che colpì giovani e belle montanare perché il maligno, «come si sa, predilige le donne agli uomini, in quanto è la natura ambigua e fragile delle femmine a essere più incline alla tentazione e propensa al peccato».

Ed è una storia di peccato e tentazioni, di colpevolezza e sporcizia, ma anche di purezza e ingenuità; una storia di fede e credenze, di ossessioni ed esaltazione.

È una storia di esorcismi e benedizioni vietate, di plagio e penitenza, di desideri e pulsioni, di maldicenze e malocchi, di solitudini e strappi forzati tra amiche, madri e figlie, di dolore e vergogna.

Il luogo è fatto di camini come draghi, brume come ragnatele, case «accucciate sotto il monte», dove per cena c’è solo una fetta di polenta: un paese abbandonato dallo Stato, di donne curve per la fatica e di uomini emigranti.

Una ventina di giovani ossesse si contorcono, mugolano, graffiano, fremono, imprecano, mentre si cerca il colpevole: un bel predicatore o Sior Tita il maligno o la “stroliga” Menica che tabaccava e profetizzava o il gatto rosso che la seguiva miagolando allo spicchio di luna? Si fanno sopralluoghi, controlli, divieti, indagini.

Si usa il bastone della scienza. Sfilano ipotesi: una sorta di epidemia, marea nera, roba di stola, castigo, mali di donne, urti nervosi. Istero-demonopatie per degenerazione di razza e caratteristiche fisiche come piaceva a Lombroso. E intanto entriamo nella storia di Margherita e Lucia, nel loro tempo spensierato guastato.

Sentiamo gli odori del reparto delle agitate o delle maniache, la stretta delle camicie di forza e delle inferriate, l’ingiustizia della violenza. Forse solo la natura rigogliosa, che pare abbia dato il nome a Verzegnis, conosce il mistero delle spiritate disperate. 
 

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