Nives Meroi racconta vittorie e sconfitte: «Insieme si è più ricchi nella vita e scalando»

L’alpinista ospite della prima serata di “Dimmi” a Udine. «A volte ciò che appare un fallimento si rivela tutt’altro»

«Insieme si è più ricchi, nella vita così come nello scalare una montagna». Nives Meroi, la grande alpinista oriunda bergamasca e tarvisiana di adozione, sarà protagonista a Udine il 27 gennaio di una “serata racconto” dal titolo “Si vince o si perde insieme”, in occasione della seconda edizione del progetto Dimmi.

Le donne raccontano ideato dalla cooperativa Puntozero (prenotazioni su www.ledonneraccontano. it).

Assieme al marito Romano Benet ha scalato nell’arco di ventisette anni i quattordici Ottomila della terra, più il quindicesimo ovvero la seria malattia occorsa a Romano nel 2009 durante il tentativo di salita al Kangchenjunga (8586 m). Tra il 2012, a guarigione avvenuta, e il 2017 la coppia ritorna a scalare, nello stile leggero e rispettoso che li distingue, e raggiunge le cime di Kangchenjunga, Makalu e Annapurna, chiudendo il cerchio aperto nel 1990.

Ma cosa significa vincere o perdere? Cosa si vince e cosa si perde?

«Nel cammino della vita ciascuno di noi è una sintesi di dritti e rovesci. Le vittorie e le sconfitte vanno condivise. E questo vale anche nella scalata di una montagna, dove l’obiettivo primario è quello di rimanere vivi, conservare l’integrità dell’individuo e della cordata. E naturalmente arrivare in cima».

E quindi?

«A volte ciò che appare come un fallimento si rivela tutt’altro. Nel 2009 ho fallito al corsa femminile ai quattordici Ottomila ma quella rinuncia si è rivelata il successo più grande. Io sono anche le montagne che non ho scalato: così ho dato il mio senso a quel fallimento. La ricerca del successo e della vittoria a tutti i costi può diventare una prigione, senza rendersi conto di quello che, a guardarlo bene, è il tuo personale percorso. Del resto, anche la nostra carriera himalayana è iniziata con un sonoro fallimento. Il primo 8000 che abbiamo tentato è stato il K2 lungo una via nuova: a 150 metri dalla cima ci siamo resi conto che la via finiva lì, su un torrione staccato dalla vetta. È stato un bene che sia cominciato così, imparando ad accettare il fallimento, ma senza perdere la volontà di riprovarci».

Passiamo alla parola “insieme”. Voi siete “la coppia più alta del mondo”, ma lei preferisce parlare di “cordata”.

«Se si parla di coppia, nell’immaginario collettivo si punta l’attenzione più sull’aspetto romantico, anzi, quasi da romanzo rosa. E invece nel salire un Ottomila, nell’attraversare la zona della morte, non c’è niente di romantico. L’attenzione deve essere dedicata alla salita e al rimanere vivi. Un organismo, per quanto in perfette condizioni fisiche, non sopravvive più di due tre giorni a quelle quote quindi l’azione e il pensiero oltre gli Ottomila deve essere funzionale al raggiungimento dell’obiettivo e l’obiettivo è rimanere vivi. Ecco perché siamo prima di tutto una cordata».

Essere anche una coppia è però anche un punto di forza.

«Certo. Hai la fiducia completa nell’altro. La certezza di una conoscenza così profonda che ti porta a intuire all’istante le capacità e debolezze. Basta uno sguardo per capire come si sente, come è. La fiducia è totale. Ed è anche un rischio in più. Rischi il 50% della coppia. (se non il 100%, ndr) Spesso le cordate si uniscono ma sono cordate sportive che puntano all’obiettivo. L’alpinismo di oggi sta diventando sempre più sportivo».

La pandemia ha bloccato le spedizioni?

«Noi ci siamo fermati, ma le spedizioni han continuato perché per quei territori così poveri avere i turisti è di vitale importanza. La scorsa primavera però si sono verificati brutti focolai ai campi base, Noi abbiamo scelto di non andare per non contribuire al dilagare dell’epidemia in quelle valli dove non c’è una sanità organizzata né la possibilità di vaccinarsi come qui da noi. Certo, la voglia di ripartire per conoscere altre montagne e cercare nuove salite è tanta. Ma anche l’attesa ha un senso. »
 

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