Sonia Bergamasco dà voce a Sylvia Plath: «Liriche feroci e coinvolgenti»

Prima nazionale al Verdi di Pordenone dello spettacolo dedicato alla poetessa. L’attrice riceverà il premio “Airone di Carta” realizzato dall’artista Andrea Venerus 

PORDENONE. Dopo una lunga attesa imposta dalla pandemia, questa sera in esclusiva al Teatro Verdi di Pordenone, alle 20 e 30, va in scena lo spettacolo “Sylvia Plath. Il canto allo specchio”, progetto, ideato e interpretato dall’attrice e regista Sonia Bergamasco, nell’ambito della sezione “Tra letteratura e Teatro” in collaborazione con Fondazione Pordenonelegge.

In questa occasione, l’attrice riceverà il premio “Airone di Carta”, opera dell’artista pordenonese Andrea Venerus, istituito da Carta di Pordenone ed assegnato a personalità impegnate a promuovere, in ogni settore, una corretta rappresentazione di genere.

Pordenone città della poesia: dopo i versi di Pier Paolo Pasolini, anche le liriche della poetessa americana sono state impresse sulla facciata del teatro, dove compare una poesia in lingua originale, scelta proprio da Sonia Bergamasco, “Soliloquy of the solipsist”.


Come è nato questo legame con la poetessa americana? .

«La mia prima scoperta di Sylvia Plath è accompagnata dalla voce del vento e del mare. Ero a Genova, in una delle tappe di una lunga tournée teatrale, anni fa. L’appartamento, a un piano alto, era a pochi passi dal molo. Ricordo che leggevo e rileggevo le sue poesie, sera dopo sera, mentre le onde segnavano il ritmo. Quel respiro potente e musicale è rimasto indelebilmente intrecciato alla voce del suo canto, e mi ha accompagnato anche ora nella scelta di un percorso in versi e in prosa dalla sua opera in cui, il respiro profondo del mare è al centro della scena».

Come ha ideato lo spettacolo?

«Sylvia Plath, il canto allo specchio è un’immersione collettiva nel canto e un ritratto di una poetessa in forma di lettura. Come un’Alice caduta nello specchio, Sylvia ci consegna la visione di un mondo alterato, sonnambulo, in cui giganteggiano criniere e tulipani, squali e tempeste, alberi e specchi. Il mondo didentro, più vero del vero. La natura-snaturata che Sylvia mette in scena la avvicina a un’altra visionaria della poesia: a distanza di un secolo, Sylvia suona la tastiera di Emily Dickinson e, scossa da una febbre sottile, ne aggiorna lo stile. Questo spettacolo nasce dal desiderio di dare spazio e corpo alle sue parole. Procede fra frammenti tratti dai diari, prosa e poesie, e anche suoni che utilizzo perché aiutano a inserire la sua scrittura in un paesaggio marino e interiore».

Cosa attrae così intensamente nella sua poesia?

«La lingua dei suoi versi ha un andamento asciutto, feroce, coinvolgente. Chiama a raccolta le nostre fibre distratte e ci chiede ascolto, ci chiede di vivere il presente assoluto della sua poesia, eternamente giovane».

Quale la sensazione vedendo la poesia da lei scelta, sulle pareti del Verdi?

«Sono ammirata per la sensibilità dimostrata verso questa scrittura non semplice e amata da molte generazioni. La poesia scelta è ironica, feroce e luminosa: mi sembrava questa la scelta giusta e accordata per un luogo come il teatro. Visibile per le persone che passano lungo la strada e che spero, possano soffermarsi su quelle parole». 
 

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