A Vicino/lontano il monito di Kundera nei confronti dell’Europa che ora suona così attuale

Jacques Rupnik, esperto di storia e politica dell’Europa centro-orientale, direttore di ricerca al Centro ricerche internazionali e docente allo Science Po, è il protagonista sabato 14 maggio, alle 11.30 (chiesa di San Francesco), del confronto “Europa alla prova”, focus che il festival vicino/lontano dedica alle sfide che l’Unione europea deve affrontare ora, con l’invasione dell’Ucraina, la conseguente apertura di scenari e incognite drammatiche, cercando di riaffermare un ruolo e un profilo in grado di contenere i troppi elementi di debolezza e crisi. Un’occasione per ascoltare Rupkin (in dialogo con Wlodek Goldkorn e Tonia Tornabuoni, modera Guido Crainz) che è anche autore della prefazione del libro inedito di Milan Kundera, “Un Occidente prigioniero” (Adelphi, uscito il 12 maggio).

Il volume raccoglie due discorsi politici, “La letteratura e le piccole nazioni” con la premessa di Rupnik , e “Un occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale” con la premessa di Pierre Nora. Entrambi sembrano profeticamente descrivere i problemi dell’Europa di oggi, anche se sono del 1967 e del 1983 e anticipare non solo il “milieu” che ha portato al conflitto fra Russia e Ucraina, ma anche la crisi culturale e dei valori dell’Europa oggi drammaticamente esplicita.


Nel giugno del 1967, poco dopo la lettera aperta di Solženicyn sulla censura nell’Urss, si tiene in Cecoslovacchia il IV Congresso dell’Unione degli scrittori. All’epoca Kundera è uno scrittore di successo, docente alla scuola di cinema, è una delle figure di spicco, leggiamo nella premessa di Rupkin di quel possente slancio creativo che attraversa cinema e letteratura. «Se si guarda al destino della giovane nazione ceca, e più in generale delle “piccole nazioni”, appare evidente – dichiara Kundera – che la sopravvivenza di un popolo dipende dalla forza dei suoi valori culturali. Il che esige il rifiuto di qualsiasi interferenza da parte dei “vandali”, gli ideologi del regime».

La rottura fra scrittori e potere è consumata e lo confermerà la Primavera di Praga. A questo discorso, che segna un’epoca, e che ha un significato singolarmente contemporaneo, perché molto fa riflettere sul valore della cultura, sul conflitto necessario tra scrittori e potere per affrancare la cultura dall’influenza della politica, «il progresso della cultura, da cui dipende l’esistenza della nazione, ha come condizione la libertà», si ricollega un intervento del 1983, destinato a «rimodellare la mappa mentale dell’Europa» prima del 1989. Un articolo subito tradotto nelle molte lingue europee, con un impatto «inversamente proporzionale alla sua brevità», scrive Nora nella premessa.

Con veemenza Kundera accusa l’Occidente di avere assistito inerte alla sparizione del suo estremo lembo. Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia, che all’Europa appartengono a tutti gli effetti, e che fra il 1956 e il 1970 hanno dato vita a grandiose rivolte, sorrette dal «connubio di cultura e vita, creazione e popolo», non sono infatti agli occhi dell’Occidente che una parte del blocco sovietico.

«Nel settembre del 1956 – scrive ancora Kundera –, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese, pochi minuti prima che il suo ufficio venisse distrutto dall’artiglieria, trasmise al mondo intero per telex un disperato messaggio sull’offensiva che quel mattino i russi avevano scatenato contro Budapest. Il dispaccio finisce con queste parole: “Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa”. Cosa intendeva dire? Di certo che i carri russi mettevano in pericolo l’Ungheria, insieme l’Europa – scrive l’autore dell’Insostenibile leggerezza dell’essere –. Ma in che senso anche l’Europa era in pericolo?... Il direttore dell’agenzia di stampa ungherese intendeva dire che in Ungheria era l’Europa a essere presa di mira. Perché l’Ungheria restasse Ungheria e restasse Europa era pronto a morire». 


 

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