Uno Sgorlon kafkiano racconta “La notte del ragno mannaro” ambientata a Udine

La presentazione della collana di Morganti dedicata allo scrittore. Si parlerà anche del romanzo inedito ispirato alla figura di Pasolini 

Sabato 14 maggio alle 10, nel Salone del Popolo a Palazzo D’Aronco, appuntamento con “Carlo Sgorlon riscoperto: una sfida editoriale”. Ne parlerà Stefania Conte (Morgante editore), curatrice della collana Sgorloniana (che pubblicherà anche tredici romanzi inediti dello scrittore) con il giornalista Oscar d’Agostino. Ecco, per gentile concessione della casa editrice, il brano introduttivo del romanzo “La notte del ragno mannaro”.

***


Era alto e magro come un asceta, tutto ossa, tendini e muscoli. Una faccia da contadino scavata dalle fatiche sotto la pioggia e sotto il sole, il viso di pelle di talpa asciugata dai soli roventi delle canicole.

Era butterato malamente dal tentativo di vaiolo generato da una dose di vaccino troppo forte, collocata dalla sfortuna davanti al suo braccio nudo poco prima di partire per una colonia marina.

Gli occhi negreschi gli ardevano di febbri sconosciute e impetuose. I capelli, lucidi come pelo di iena, gli crescevano lunghi e disordinati, tendendo a torcersi in riccioloni sulle guance e sulla nuca.

Addosso teneva giubbotti di cuoio tagliuzzati dalla vecchiaia e calzonacci di tela, ruvidi come vele di antichi galeoni. Si sentiva dentro folate di energia senza fine, anche dopo il lavoro, anche nel cuore di notti crivellate dal canto dei grilli.

Aveva bisogno di correre, di saltare, di agitarsi, di arrampicare, di dare libero sfogo ai gridi rauchi che gli grattavano la gola come un odore di fritto.

Perciò, quando arrivava in periferia, nei pratelli polverosi e tra i casoni popolari, cominciava subito a sgambare con i ragazzini dietro a pallonesse sgangherate e bozzerose, che ghignavano da squarci malamente ricuciti con spaghi biancastri, da ciabattini frettolosi o da madri bercianti.

Le prime volte i ragazzini stupefacevano, allocchivano, e stavano a guardarlo come statue di sale.

«Ma quello, cosa vuole? Chi lo ha chiamato?»

«E io che ne so? Si è messo lì da sé...»

Lui però correva più di loro. Pareva più in fiato.

Scartava, dribblava, segnava dei goal da lontano, sicché loro finivano per vederlo come uno della ganga e gli sorridevano paciosi e amichevoli.

«Sai pure segnare! Sei meglio di Nordhal!», gli dicevano ammirati.

Li conquistava tutti, quanti erano.

«Come ti chiami?», gli chiedevano.

Mai avrebbero sospettato che il suo nome si conoscesse come quello di un corridore ciclista, e stesse sui cartelloni dei teatri e sulle copertine delle riviste.

Già la terza o quarta volta che giocava con loro se lo disputavano bramosi, e quasi si baruffavano per averlo con sé. Gli davano del tu, fregandosi le manacce su canottiere pantanose, su camicie rattoppate.

Oreste pareva loro luminoso come l’arcangelo Gabriele, disceso dall’altare e fattosi di carne e di sangue per giocare.

Da lui si aspettavano le sette meraviglie del mondo.

Certe volte, di sera, quando le macchie dei pini si erano ingoiate il melone rosso del sole, scoprivano la sua macchina sportiva, o era lui a mostrargliela. Loro, alla prima quadratura, capivano che era un’auto di quelle che per partire rombavano e stracciavano l’aria, come avessero un giaguaro nel motore. 

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