McCann, vincitore del Premio Terzani: «Spielberg si è accaparrato i diritti, Apeirogon sarà un film»

Due uomini, uno israeliano, l’altro palestinese, entrambi portano la ferita insanabile della perdita di una figlia, morte l’una in un attentato suicida, l’altra vittima di una pallottola antisommossa.

La storia di Rami e Bassan si intreccia così indissolubilmente con quella di Israele lacerato più che mai da un conflitto che sembra sempre più irrisolvibile.

Eppure i due protagonisti del romanzo capolavoro dello scrittore Colum McCann, Apeirogon, una qualche via d’uscita la indicano: insieme ad altri genitori partecipano, pur con tante difficoltà e incomprensioni, a un’associazione di aiuto e supporto a quanti come loro hanno perso dei figli in questa guerra logorante e infinita.

Per questo romanzo, ricco di elementi storie divagazioni riflessioni slanci poetici e squarci di un realismo agghiacciante su una realtà terribile e complessa, che come il poligono del titolo ha un numero infinito di lati, McCann ha vinto il Premio Terzani 2022. Sabato 14 maggio il premio gli è stato consegnato durante la tradizionale cerimonia al Teatro Giovanni da Udine.

«Ho cominciato a scrivere – ha detto McCallan – in America perché, pur profondamente irlandese, sapevo che in patria non avrei scritto. Anche in America nei primi anni non è stato subito così facile. Ho viaggiato in bici in lungo e in largo gli States, mettendomi in ascolto, venendo a conoscere storie e uomini che mi hanno spinto alla scrittura».

Ed è stato così anche per Apeirogon...

«Avendo conosciuto i due protagonisti durante una visita in Israele e ascoltato la loro storia sono rimasto colpito dalla generosità e dalla grandezza di queste due persone che hanno fatto della loro sofferenza la ragione di un’amicizia fortissima che li spinge a lottare per la pace nel loro paese.

E dopo molte esitazioni mi sono deciso: avevo il dovere di farne un romanzo e, grazie anche alla loro complicità per cui ho avuto mani libere anche di inventare, ho potuto dare voce alla straordinaria prospettiva di pace che Rami e Bessam incarnano».

Lei ha detto che abitare le storie degli altri è per uno scrittore uno stile di vita.

«Certo perché le storie degli altri, i fatti che accadono nel mondo sono più interessanti di noi stessi. Aprirsi agli altri significa aprirsi al mondo e capirlo».

Venendo alla struttura del romanzo, al suo essere ibrido, come lei stesso l’ha definito, in quanto la storia dei due protagonisti si intreccia con altre frutto di invenzione o tratte da avvenimenti: ha forse voluto mettere in discussione la forma classica del romanzo?

«Volevo un po’ stravolgere il modo di raccontare le storie anche rifacendomi al modo che caratterizza la navigazione in internet, quel saltare di palo in frasca: volevo scuotere le coscienze, destabilizzarle, toglierle da quella comfort zone che ci impedisce di entrare realmente nel mondo.

Questo anche applicandolo al conflitto israelo-palestinese. Mi piace molto la confusione, credo che essere confusi sia un vantaggio, dimenticare l’ossessione della precisione, dell’oggettività dei dati e dei fatti, ci permette di entrare in un mondo meno perfetto forse, sicuramente più umano, da cui possiamo comprendere dati e cifre».

Da qui forse la frammentazione in una miriade di capitoli che non segue sempre una numerazione lineare progressiva.

«All’inizio pensavo di risolvere la narrazione in una cinquantina di capitoli. Poi andando avanti ho capito che era impossibile raccontare di questi due padri che volevano attraverso la loro storia mantenere vive le loro figlie.

E ho avuto quello che chiamo il momento Sherazade e ho deciso che avrei scritto 1001 canti, non capitoli. La modalità perfetta per esprime l’esperienza di questo dolore così sconfinato.

Gli scrittori non sono spesso tanto intelligenti quanto si pensa, restano persone vanno avanti come tutti sperimentando, tentando strade diverse, cancellando, riscrivendo... Questo libro è molto più di pancia e di cuore che di testa».

McCallan ha infine confermato che Apeirogon diventerà un film sotto l’egida di Steven Spielberg che si è accaparrato i diritti, «e questo mi fa enorme piacere, certo perché si tratta di un mio libro, ma anche perché passerà il grande messaggio di pace di Rami e Bessam. E mi piacerebbe che regista fosse una donna palestinese».

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