Allo scoperta del Pasolini poetico

Galaverni: «Ha rotto il guscio della forma»

Alla notizia della morte di Pier Paolo Pasolini, uno dei suoi più cari amici, il poeta Giorgio Caproni, non volle lasciare dichiarazioni, ma si limitò a scrivere questi versi: «Ciao Pier Paolo. / Il bene che ci volevamo / – lo sai – era puro. / E puro è il mio dolore. / Non voglio “pubblicizzarlo” . / Non voglio, per farmi bello, / fregiarmi della tua morte / come d’un fiore all’occhiello».

Mettendo in campo la figura retorica della preterizione, Caproni compose, di fatto, una poesia dedicata a Pasolini. Ma non è stato il solo a farlo. Per questo Roberto Galaverni non ha avuto difficoltà ad allestire un volume intitolato “PPP. Poesie per Pasolini” (Mondadori, pagg. 204, euro 20), che raccoglie testi poetici su Pasolini o ispirati a Pasolini. Non tutti, però, necessariamente “dalla parte di Pasolini” .


«Quello che ho potuto vedere - spiega Galaverni - è che, salvo poche eccezioni, Pasolini ha costretto i poeti italiani a schierarsi in modo piuttosto manicheo, vale a dire pro o contro. Molte poesie tra quelle che gli sono state dedicate sono omaggi, tributi che cercano di rendere onore ai suoi meriti e al suo impegno, non soltanto poetico, verso l’Italia e più in genere verso la sacralità della vita. Ce ne sono di molto belle, anche se alcune, va detto, non sono esenti da qualche scadimento agiografico. Ma è vero che spesso le poesie più riuscite sono polemiche, delle autentiche poesie contro, in particolare nei confronti di quella continua sovrapposizione tra poesia e realtà che di Pasolini costituisce il tratto distintivo. Tra queste, per esempio quelle di Eugenio Montale, Franco Fortini, Edoardo Sanguineti».

Con Galaverni, che è uno dei più autorevoli critici di poesia, voglio parlare proprio di Pasolini poeta. In che cosa consiste la sua importanza all’interno della storia poesia italiana? Qual è la sua originalità? «Credo che la sua importanza stia, più che in questo o in quel risultato di poesia (ce ne sono di notevoli, comunque), nella pressione a cui ha sottoposto l’intero sistema della letteratura per porlo al servizio il più direttamente possibile della realtà.

Insomma, Pasolini è qualcuno che non si è accontentato di ciò che la tradizione poetica prevedeva e gli aveva messo a disposizione. Ha tentato in ogni modo d’incidere, di rompere il guscio della forma, sperando che la poesia potesse avere una ricaduta immediata nella nostra vita. Da questo punto di vista ha rappresentato, e ancora rappresenta, una spina nel fianco di qualsiasi poeta pacificamente appagato, chiuso nel cerchio magico dei propri risultati espressivi».

Giovanni Raboni sosteneva che, paradossalmente, Pasolini fosse stato un poeta in tutto, nella critica come nel giornalismo, nella filologia come nel cinema, tranne che nella poesia. Chiedo a Galaverni che cosa pensa di questo giudizio: «Ci ho riflettuto spesso, in verità, perché si tratta di un giudizio d’estrema intelligenza, che dice molto sull’attività tutta di Pasolini. Ma eccepirei riguardo alle riserve sulla poesia. Le renderei meno categoriche, in sostanza.

Pasolini di poesie belle e durevoli ne ha scritte tante, sia in dialetto sia in lingua; e ancor più sarebbe stato capace di scriverne se, strada facendo, non fosse stato sempre più insofferente verso l’idea di bellezza poetica che un po’tutti abbiamo e da cui, per altro, anche lui era partito.

Forse è per questo che dobbiamo sempre fare uno sforzo, ridefinire le nostre categorie consolidate, per avvicinare una figura multipla e così complessa come quella di Pasolini».

Rimane da chiedersi se oggi ci siano poeti italiani che si richiamino a Pasolini, nei quali la sua lezione risulti chiaramente percepibile, quale sia, in sostanza, la principale eredità consegnata da Pasolini alla poesia italiana.

«Se dovessi fare un nome su tutti, sarebbe quello di Gianni D’Elia. Credo che sia lui, negli ultimi decenni, ad aver intercettato con più forza e coerenza l’eredità pasoliniana. E ad essersene fatto carico»

Ma qual è questa eredità, per un poeta almeno? «Scrivere con gli occhi aperti, guardare con attenzione e con amore (anche se quest’ultima è una cosa che forse non si può insegnare) il mondo, gli altri, le cose che succedono nel piccolo come nel grande. Non accontentarsi, ma rischiare, esporsi. Si dice sempre che Pasolini amasse scandalizzare.

Non è vero, e anzi è proprio il contrario. Pasolini è stato anzitutto qualcuno capace di scandalizzarsi, cosa sempre più rara, per tutto quello che nelle nostre vite c’è di falso, di triste e d’ingiusto». 

(7 – Continua)

Le puntate precedenti sono state pubblicate l’1, 5, 15, 29 marzo, 13 e 30 aprile)
 

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

I soldati ucraini sbagliano a usare il mortaio

Bruschette integrali con fagioli e zucchine marinate

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi