Nel ’68 rivoluzionò il giornalecon l'offset e il colore

Vittorino Meloni con Aldo Moro e Carlo Melzi

di Gianpaolo Carbonetto

Lo diceva a noi e lo ripeteva sorridendo a tutti coloro che capitavano in visita al giornale regalando loro la medaglia del Messaggero Veneto: «Abbiamo fatto sparire il piombo dalla tipografia; faremo sparire la carta dalla redazione». Vittorino Meloni ne era orgoglioso e convinto, perché proprio sul rinnovamento tecnologico aveva voluto fare leva fin dall’inizio, nel progetto che aveva elaborato quando aveva accettato di assumere la direzione di un piccolo quotidiano di provincia con l’obbiettivo di dargli tiratura e diffusione più ampie.

Che la via dell’ammodernamento fosse quella da seguire obbligatoriamente perché il Messaggero Veneto potesse sopravvivere, prima, e crescere, poi, era stato compreso e deciso da Meloni in forte anticipo rispetto a tutti i giornali italiani ed europei. Nel 1966, infatti, con lui erano entrate nel quotidiano udinese nuove idee che avevano avuto bisogno di un po’ di tempo per essere comprese e accettate, ma che in due anni soltanto avevano portato a lasciare la vecchia sede di via Carducci per trasferirsi in viale Palmanova, dove era stato costruito un nuovo stabilimento moderno e modellato da Gino Valle appositamente su queste idee.

Due le grandi novità: una nuova rotativa offset, la prima del genere arrivata in Europa, e un prodotto del lavoro tipografico effettuato su macchine per scrivere compositrici Ibm, allora vagamente fantascientifiche, che prendevano il posto delle quasi secolari linotype. Ed era una rivoluzione di grande portata, avvertibile di primo acchito anche dai non addetti ai lavori: in un sol colpo, da un giorno all’altro, era sparito il piombo, il caldo irradiato dalle sue caldaie, il greve odore dei suoi vapori. Al suo posto erano arrivati nastri magnetici e colonne di testo su carta con cui comporre le pagine quasi in un collage realizzato in un ambiente nuovo, più pulito, forse iconograficamente meno romantico, ma sicuramente al passo con i tempi e con il progresso della tecnologia.

I vantaggi? Moltissimi, tanto è vero che, un po’ per volta, tutti hanno seguito l’esempio partito da Udine che inizialmente era stato guardato da taluni con scetticismo e sufficienza. Innanzi tutto, risparmi di tempo, visto che il testo non aveva più bisogno del laborioso sistema legato alla linotype: con la composer era sufficiente dattilografare l’articolo e automaticamente un nastro lo registrava, pronto, a comando, a correggerlo e a riversarlo in forma definitiva sulla carta. Se prima per comporre tipograficamente una colonna di giornale occorrevano venti minuti, alla fine del ’68 ne bastavano molti meno di dieci.

Anche vista a distanza di quarant’anni, l’eliminazione del piombo è stata sicuramente una tappa fondamentale del progresso nel campo dell’editoria dei quotidiani: da quel giorno in poi ci sono stati miriadi di ulteriori passi in avanti, ma in quel momento si è fatto un vero e proprio salto, si è operato un decisivo cambio di mentalità, facendo entrare anche il giornale, a pieno titolo, nel mondo dell’industria con tutti i pregi e i difetti connessi con questo nuovo status. E aveva voluto cambiare anche l’aspetto esteriore del giornale: stampa più leggibile, fotografie più nitide e capaci di illustrare e integrare degnamente il testo. E quello delle immagini era un punto su cui Meloni aveva insistito moltissimo, tanto da impostare una prima pagina quasi totalmente fotografica che si distingueva totalmente dal resto del panorama dei quotidiani nazionali.

Poi c’era la possibilità – anche questa di assoluta avanguardia – di introdurre il colore nel quotidiano finalmente con risultati di qualità molto più vicina al livello delle fotografie dei rotocalchi. Il nuovo stabilimento fu inaugurato dall’allora presidente del consiglio Aldo Moro, che si complimentò con la proprietà rappresentata da Lino Zanussi e da Carlo Melzi, ma soprattutto con il vero artefice della rivoluzione, Vittorino Meloni. Nel giorno dell’uscita del primo Messaggero Veneto della nuova era, una lunga serie di messaggi augurali fece da cornice a una prima pagina tutta a colori, dominata dal titolo “Nasce il giornale offset”.

L’innovazione editoriale fu salutata con curiosità e interesse da tutto il mondo giornalistico ed editoriale, che proprio a Udine da quel giorno avrebbe guardato per capire se la nuova strada intrapresa dal quotidiano friulano potesse essere quella giusta per arrivare al risanamento delle testate italiane, che anche in quel periodo stavano attraversando un momento economicamente molto delicato. Che la sfida voluta da Meloni si sia risolta in un successo è ora evidente: non soltanto per la crescita di questo giornale, ma anche perché l’esempio è stato seguito da tutti e l’offset oggi non è più sporadica avventura, ma realtà comune per tutti.

Quel giorno, il 5 maggio 1968, non fu, però, una data d’arrivo, una tentazione di appagamento. E Meloni, infatti, continuò ad avere fiducia nel progresso, con la convinzione che bisognava cercare sempre il meglio e ciò che è più funzionale per continuare a progredire. E così non soltanto il direttore tecnico Galliano Ruggeri, ma anche altri poligrafici e giornalisti continuarono a girare nelle fiere specializzate per vedere e portare le proprie valutazioni sulle tantissime novità di un settore in velocissima evoluzione.

A dieci anni dal primo grande passo, il secondo balzo verso il futuro apparve naturale, quasi obbligato dal divenire delle cose. Se nella primavera del ’68 era stato smantellato il regno del piombo, nell’autunno del ’78 fu attaccato quello della carta – così lo aveva definito Meloni – che fluiva come un ininterrotto fiume tra giornalisti e poligrafici: in redazione e in tipografia entrarono i videoterminali collegati tra loro grazie a un cervello elettronico centrale – quella volta lo si chiamava ancora così – e ancora una volta il Messaggero Veneto fu il primo quotidiano italiano a tracciare una via lungo la quale tutti gli altri, questa volta molto più velocemente, si sono poi incamminati.

Anche in questo caso, il passo fu lungo: provocò dapprima un profondo mutamento di mentalità tra gli addetti della tipografia e in un secondo tempo turbò anche l’immobilità della redazione che dai tempi dell’invenzione della macchina per scrivere non aveva dovuto accogliere altre novità, se non l’elettrificazione della macchina stessa.

Ma neppure il ’78 è stato una tappa d’arrivo e Meloni ha voluto continuare a indirizzare il Messaggero Veneto sulla strada dell’innovazione grazie a macchine, sistemi e programmi sempre più sofisticati e aggiornati.

Importante, però, era anche la filosofia che sottendeva a questo sforzo di innovazione e Vittorino Meloni non ne faceva mistero con nessuno: c’era sicuramente la mira di ridurre i costi perché quello di un bilancio sano era un obbiettivo primario che pochissimi giornali italiani potevano vantare, ma tutte le mosse dovevano confrontarsi anche con una convinzione che non lo avrebbe mai abbandonato: quella che in un giornale dovesse essere sempre la redazione il motore principale e che la professione giornalistica non dovesse essere stravolta neppure dalle nuove tecnologie.

Con lui abbiamo visto arrivare novità che per quegli anni erano assolute come quella del lettore ottico, dello scanner per le immagini a colore, della videoimpaginazione. Poi, proprio nel periodo in cui ha lasciato la direzione del Messaggero Veneto, il ritmo dei mutamenti è diventato velocissimo e ha travolto e stravolto professionalità che sembravano ormai consolidate, e non soltanto nei giornali.

Ci è rimasta sempre la curiosità inappagabile di sapere come lui avrebbe saputo cavalcare il progresso senza rinunciare alle proprie convinzioni.
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