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Ecco il libro della Shoah italiana dopo 65 anni i superstiti raccontano

3 minuti di lettura
I crimini del nazismo contro gli ebrei hanno un atto d’accusa di prima mano nel saggio che lo storico Marcello Pezzetti, direttore del costituente Museo della Shoah di Roma, ha dedicato ai sopravvissuti dell’inferno di Auschwitz - Birkenau. Delle migliaia di ebrei rastrellati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e deportati nei campi di concentramento, solo poche centinaia riuscirono a salvarsi. E sono i loro racconti che Pezzetti ha raccolto formando Il libro della Shoah italiana (Einaudi, 490 pagine, 42 euro). È il ritratto di un pezzo d’Italia nel suo periodo storico più terribile, di un’Italia indifesa, abbandonata, perseguitata, straziata, ma che ha trovato «la forza di ricostruire una vita dignitosa», come scrive nella prefazione il presidente dell’Unione comunità ebraiche Italiane Renzo Gattegna.

Pezzetti, dunque voi siete andati a cercare i sopravvissuti, i perseguitati? È stata una ricerca laboriosa?
«Molto, perché non tutti erano iscritti alla Comunità ebraica, molti si erano allontanati, non tanto dall’ebraismo, quanto dalle organizzazioni comunitarie. E poi c’erano quelli che erano riparati all’estero: Israele, Sudafrica, Bruxelles. Con una specie di tam tam in giro per il mondo siamo riusciti a sapere quanti, passati in quell’inferno, erano riusciti a scappare. E si trattava di persone che nel 90% dei casi non aveva ancora mai parlato dell’Olocausto».

Perché questo silenzio?
«Le cause sono tante, ma, secondo me, non parlavano perché erano convinti che la società non li volesse ascoltare e non c’era interesse per la loro tragica vicenda. Adesso c’è il “Giorno della Memoria” e si parla molto dell’Olocausto, ma questi hanno vissuto sessant’anni completamente ignorati e attorno a loro c’era il vuoto. Non c’erano stati ancora film come quello di Benigni e quello su Schindler e soprattutto il mondo della scuola era lontanissimo da quello degli ex deportati. Questo libro è dunque un pezzo inedito d’Italia a oltre 65 anni di distanza».

Di quale Italia?
«Di un’Italia con tutti i pregi e i difetti nel suo insieme, molto diversa da quella che conosciamo.

È un’Italia che è stata offesa dall’Italia stessa, e poi dimenticata nel grande processo di calcificazione nazionale per anni e anni. Ognuno di loro ritiene d’essere stato colpito due volte: nella sua identità ebraica e nella sua italianità».

Quali le angherie e le umiliazioni più aberranti che hanno dovuto subire?
«Tutti hanno lamentato e ritenuto peggiori le umiliazioni che cancellavano completamente l’individuo per renderlo solo un numero da sfruttare, un corpo da strumentalizzare nel lavoro. Ciò nonostante una persona come Shlomo Venezia, che lavorava nelle camere a gas, sorprende per la sua pacatezza».

In che senso?
«È calmo, tranquillo, privo di odio e senza spirito di vendetta, lui che ha vissuto nel cuore del sistema nazista. Shlomo Venezia faceva parte di un piccolo gruppo di ebrei scelti dai tedeschi perché giovani e forti, ed erano costretti alla liquidazione dei cadaveri».

Dei collaborazionisti in qualche modo?
«No, perché il gruppo interveniva dopo che gli ebrei erano stati uccisi. Le uccisioni avvenivano per mano dei nazisti, ma il lavoro sporco dovevano farlo loro. Shlomo faceva il barbiere e doveva tagliare i capelli alle donne all’uscita dalle baracche. La cosa incredibile, comunque, è che non ci sono contraddizioni grosse o rilevanti tra le varie testimonianze dei 105 sopravvissuti».

È importante questa omogeneità?
«Certo, anche perché io stesso all’inizio del lavoro pensavo che si sarebbero contraddetti in modo forte. Invece no: le 105 testimonianze del libro esprimono 105 punti di vista magari sugli stessi fatti, come la selezione che è il momento della separazione dei nuclei delle famiglie che in quel momento venivano allontanati dalla vita. Il tutto era preceduto dall’inganno più totale: a blocchi o in diverse unità le famiglie venivano smembrate e destinate a vari servizi. In quel momento l’80% andava alla morte e il 20% a lavorare. Molti non si rendono conto di quello che sta succedendo e quando capiscono si disperano. La selezione è il punto di rottura con il mondo».

Chi sono i testimoni nella vita di tutti i giorni?
«Persone comuni, quelle che non avrebbero mai parlato e mai scritto niente, come la donna che non sa parlare italiano e parla solo il dialetto triestino misto a un altro dialetto antico, o il romano che non è mai è stato iscritto a niente di niente. Facendo un bilancio, alla fine del libro, ho visto dissolversi tutti gli stereotipi sugli ebrei considerati colti, intelligenti, privi di mezzi. Questi invece rappresentano l’Italia popolare, esseri che non hanno avuto il coraggio di protestare la propria innocenza e il torto subìto».

Della Shoah italiana che cosa conservano nel cuore gli scampati?
«Il fatto che sia successa. Se un ebreo su quattro è finito ad Auschwitz è perché non credevano che l’Italia arrivasse a tanto. Quello per l’Italia è un amore ferito, ma, nonostante questo, la cosa più straordinaria è che rispetto alle altre grandi comunità europee, soprattutto dell’Est, gli italiani ritornano nella loro patria e nelle loro case: non abbandonano l’Italia e pochissimi vanno in Israele. Poi non parlano, non dicono niente, ma quei pochi che parlano si spiegano bene. Uno, Martino Godelli, ancora in vita, che abita in un kibbutz in Israele, quando gli ho chiesto perché non era tornato in Italia, mi ha risposto: “Perché nessuno mi ha chiesto scusa”».
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