Mauro Ferrari svela i segreti della scienza agli studenti del liceo

Allo Stellini e al Copernico, tutti “rapiti” dal professore «Per la ricerca medica indispensabili i test sugli animali»

«Non si può fare ricerca medica senza sperimentazione animale». Mauro Ferrari, fondatore della nano e micro tecnologia biomedicale e probabile presidente della commissione ministeriale su Stamina, va dritto al punto parlando ai ragazzi del liceo classico Stellini (e ha incontrato anche gli studenti del Copernico), riuniti ieri per l’occasione all’auditorium delle Grazie.

«Amo fratello topo e sorella pantegana – aggiunge –, ma il loro aiuto è fondamentale. Non posso pensare di utilizzare un medicinale sull’uomo, senza prima averlo testato sugli animali. E chi dice il contrario, non capisce niente». Insomma, quello degli animalisti «è un pensiero antiscientifico».

Polo nera, jeans e stivali – retaggio di quel Texas dove Ferrari è presidente e amministratore delegato dello Houston Methodist research institute –, il professore in odore di Nobel ha tracciato un filo rosso fra Udine, le aspirazioni e i sogni da seguire. Un percorso di briciole alla Pollicino, che percorre a ritroso come in un film la strada che ha portato Ferrari ai vertici mondiali della ricerca medica. La passione per lo sport, il primo soggiorno in California («non Hollywood o San Francisco, ma un piccolo paesino in cui si parlava praticamente solo spagnolo») e poi l’incidente, le difficoltà e una vita tutta nuova. Ma sempre con due capisaldi: «Famiglia e lealtà». Quella serie di “sliding doors” oggi permette di puntare in alto, inventando quello che un tempo era considerato impossibile. «Pensate alle mine o a una frattura importante, di quelle che impongono l’amputazione dell’arto. Abbiamo messo a punto una nanotecnologia in grado non solo di salvare l’arto, ma di rimettere in piedi il paziente dopo due o tre giorni – spiega Ferrari –. Iniettiamo un prodotto biodegradabile che si sostituisce alla parte lesa che, sciogliendosi favorisce la ricostruzione di ossa, tessuti e tendini. L’abbiamo già sperimentato con successo sugli animali e nel giro di 12 mesi sarà in clinica. È una rivoluzione per la medicina, utile per i soldati, ma anche per la nonnina che si rompe il femore. Perché nella vita è importante non l’ambizione personale, ma quello che abbiamo fatto per gli altri».

Di esempi che lasciano senza fiato, Ferrari ne custodisce una scorta pressoché infinita e infatti gli studenti dello Stellini (scuola dove Ferrari si è diplomato negli anni Settanta) sono letteralmente rapiti da quest’uomo affabile che li invita persino a Houston: «My home is your home. Abbiamo programmi ad hoc per i ragazzi del liceo e nulla vieta di studiarne nuovi», dice con un sorriso prima di illustrare l’esoscheletro. «Uno scheletro esterno controllato attraverso un berretto coperto di elettrodi che traducono in stimoli le onde cerebrali di chi lo indossa. L’abbiamo testato su un giovane costretto da anni su una sedia a rotelle: al mattino si è messo in piedi senza grossi problemi, in mezzo ad applausi e lacrime. Ma nel tentativo pomeridiano, proprio non riusciva ad alzarsi. E allora tutti a chiedersi che c’era di sbagliato. È bastata la pizza di uno studente presente alla dimostrazione a risolvere l’inghippo. Il paziente era affamato e, vista la pizza, è subito riuscito a dirigersi verso l’oggetto del suo desiderio. Da quell’episodio abbiamo capito che la macchina non interpreta il linguaggio, ma l’intenzione».

E poi c’è la ricerca sul cancro. Una delle frontiere è la scoperta di cellule tumorali da una semplice analisi del sangue. «In questo campo siamo ancora alla preistoria – ammette Ferrari –, ma un ricercatore di Houston, Tony per gli amici, ha sviluppato una nanotecnologia per scoprire la presenza di uno dei cancri al seno più pericolosi». La genetica risolve anche le dispute che hanno violentato l’Europa del Novecento: «La razza è un concetto basato soltanto sulla finzione, scientificamente sappiamo che non ha alcun senso. Basti pensare che il 99% del nostro patrimonio genetico è identico negli scimpanzé».

Michela Zanutto

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