Alpino morto a 26 anni, caso riaperto

Il Tar accoglie il ricorso dei genitori del ragazzo in servizio a Cividale. Vaccini sotto accusa. In Italia 3.500 vicende sospette

UDINE. Francesco Rinaldelli aveva iniziato a sognare di diventare alpino da quando, piccolino, il nonno gli raccontava le avventure vissute durante la permanenza per nove anni nel corpo. Quel sogno, però, trasformatosi in realtà, è diventato il suo incubo: nel 2004, mentre prestava il servizio militare a Cividale nella Brigata Julia, si ammalò. Una diagnosi terribile e senza speranza: linfoma di Hodgkin sclero-nodulare.

Nonostante i tentativi di autotrapianto di cellule e di trapianto del midollo morì, nel 2008, a soli 26 anni. Una morte che secondo i suoi cari - i genitori Andrea e Roberta, la sorella Silvia, la fidanzata Chiara - non è ascrivibile al destino cinico e baro, quanto all’eccessiva somministrazione di vaccini durante il servizio militare.

Una tesi avvalorata dalla perizia dell’immunologo Massimo Montinari per il quale nei vaccini somministrati ai soldati ci sarebbero stati mercurio e alluminio, che si depositano su alcuni organi indebolendo il sistema immunitario e aumentando il rischio di linfomi e leucemie in presenza di fattori come le onde elettromagnetiche, l’uranio o le sostanze inquinanti. Nel caso di Francesco il fattore scatenante sarebbe stato il benzene respirato a Porto Marghera nell’ambito dell’attività di sorveglianza antiterrorismo al quale era stato chiamato dopo la promozione a caporale.

Una battaglia legale che fin dalla malattia del figlio i genitori, che risiedono a Potenza Picena, in provincia di Macerata, hanno avviato in tutte le sedi legali e anche al Tar di Trieste impugnando il decreto della direzione generale della previdenza militare della leva e del collocamento al lavoro dei volontari congedati dal ministero della Difesa che ha respinto il riconocimento dello status di vittima del dovere, negando i relativi benefici.

Ebbene, per la prima volta, i giudici Umberto Zuballi, Enzo Di Sciascio e Manuela Sinigoi hanno riaperto il caso accogliendo il ricorso della famiglia e condannando l’Amministrazione della Difesa a pronunciarsi nuovamente sull’istanza conformandosi ai principi della sentenza emessa nei giorni scorsi.

La linea difensiva del ministero è stata basata sulla sola valutazione delle condizioni ambientali e operative in cui ha prestato servizio Rinaldelli escludendo in questo modo qualsiasi correlazione causa-effetto nell’insorgenza della patologia.

«La valutazione della sussistenza o meno del nesso di causalità - si legge nella sentenza del Tar - avrebbe meritato maggiore attenzione in considerazione del fatto che, nel caso di specie, la grave e letale patologia è insorta quando Rinaldelli, appena 21enne, era stato da pochi mesi arruolato nell’Esercito italiano, sottoposto a vari vaccini, tra cui il Morupar, ritirato dal commercio nel 2006 su richiesta dell’Agenzia italiana del farmaco, e aveva svolto attività di pattugliamento al Petrolchimico di Marghera nell’ambito della cosiddetta missione “Domino” ovvero presso un sito altamente inquinato».

I giudici stigmatizzano che «la possibile incidenza dei vaccini» non trovi riscontro «nelle argomentazioni addotte dal Comitato di verifica per le cause di servizio a sostegno dei pareri negativi emessi, assunti a supporto motivazionale del decreto impugnato, così come, ovviamente, non è stata presa in considerazione dall’Amministrazione la possibile interazione causale tra la loro somministrazione e la prolungata esposizione a inquinanti ambientali ai fini dell’insorgenza della malattia».

Nella sentenza, tra l’altro, si fa riferimento al fatto che nello studio medico-legale condotto dal ministero della Difesa - il cosiddetto progetto Signum - si afferma che «sussiste una connessione tra vaccinazioni (e/o esposizione agli inquinanti ambientali) e aumento di alterazioni ossidative linfocitarie». Uno studio che era stato avviato per verificare se alcune malattie dei militari in missione in Iraq fossero riconducibili all’utilizzo di armamenti e materiali con uranio impoverito; accertò, invece, che dopo 5 vaccinazioni si formavano ossidazioni cellulari che portavano a tumori. Un’analisi poi rimasta lettera morta.

Secondo i familiari dei militari morti sono 3.500 in Italia i casi monitorati, per ognuno dei quali, però, va trovata una spiegazione. Tra l’altro in un caso analogo, il 24 gennaio scorso, il giudice del Tribunale di Ferrara,ha riconosciuto il diritto dei genitori di un militare deceduto alla corresponsione di un indennizzo da parte del ministero della Salute riconoscendo la responsabilità dei vaccini. Ora è intervenuto anche il Tar di Trieste aprendo un nuovo fronte di possibili ricorsi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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