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Strage a Sant’Osvaldo il 27 agosto senza un perché

Nel 1917 il quartiere fu raso al suolo da una serie di violentissime esplosioni che cancellarono e bruciarono un centinaio di case (chiesa compresa), lesionando tutte le altre dove vivevano 1.900 persone e danneggiando in pratica l’intera Udine con conseguenze per 10 mila edifici. Ancora oggi le cause sono un mistero. Una mostra fotografica la racconta

3 minuti di lettura

UDINE. Se la prima guerra mondiale fu (come gridò Papa Benedetto XV) un’enorme inutile strage, uno degli eccidi più assurdi e misteriosi si verificò a Sant’Osvaldo, quartiere udinese raso al suolo da una serie di violentissime esplosioni, la cui causa non fu mai spiegata.

La data del 27 agosto 1917, due mesi prima della rotta di Caporetto e proprio mentre la Terza armata dava l’assalto sulla Baisnizza, è rimasta nella memoria di questa frazione. Adesso è arrivato il momento per far finalmente chiarezza rendendo giustizia alle vittime e ai loro discendenti.

Il centenario della Grande Guerra serve anche a questo, non solo a risvegliare echi patriottici e celebrativi. Sarebbe importante e significativo se nell’agosto del 2017, a un secolo di distanza, aprendo archivi rimasti finora chiusi e inesplorati, si potesse portare un po’ di luce in una vicenda le cui dimensioni non sono mai state delineate e narrate nella loro interezza, a livello di storiografia militare e ufficiale.

Le esplosioni cominciate alle 10.45 di quella mattina e proseguite fino a sera, stando ai resoconti rintracciabili negli archivi della parrocchia e del Comune, cancellarono e bruciarono un centinaio di case a Sant’Osvaldo (chiesa compresa), lesionando tutte le altre dove vivevano 1.900 persone e danneggiando in pratica l’intera Udine con conseguenze per 10 mila edifici.

Gli effetti si sentirono fino a Cividale e a Manzano, dove si registrarono pure danni. Impreciso anche il numero delle vittime: quelle civili furono 26 (i loro nomi sono ricordati in una lapide affissa nell’asilo eretto anche quale monumento ai caduti in guerra) mentre, stando a fonti ufficiose, dovrebbero essere stati altrettanti i militari morti, ma c’è chi più realisticamente parla di circa 200.

Una strage agghiacciante che colpì le retrovie del fronte italiano in una fase decisiva del conflitto.

Ci sono due preziosi libri che narrano quelle giornate raccogliendo le testimonianze scritte e orali, che però inevitabilmente – come detto – si fermano sulla soglia del mistero sul perché tutto ciò sia avvenuto. Giacomo Viola nel 1999 pubblicò con le edizioni Kappa Vu «Nell’aria mille fuochi» mentre è del 2006 «Sant’Osvaldo. Appunti per la storia di un quartiere udinese», scritto da Franco Sguerzi ed edito dal Comune.

Entrambi, con percorsi diversi, spiegano gli anni della Grande Guerra in Friuli quando Udine ne divenne la cosiddetta capitale, ospitando fino a Caporetto lo stato maggiore e lo stesso re Vittorio Emanuele III che aveva preso casa a villa Linussa, a Martignacco.

A una popolazione di 630 mila abitanti si aggiunsero gli 84 mila emigranti, rientrati dalle Germanie e dagli altri Stati in guerra, oltre a una enorme massa di un milione di militari appartenenti alla Seconda e alla Terza Armata. La regione divenne un campo di battaglia gigantesco dove c’era il fronte, ma c’erano anche le strutture delle retrovie con in primo luogo ospedali e depositi di munizioni.

E Sant’Osvaldo fu individuata per ospitare un po’ tutto visto che era vicina ai comandi e alle linee di combattimento. C’era il manicomio, trasformato in ospedale militare ospitando fino a 1.500 malati. Accanto alle sedi sanitarie si allestirono quattro depositi di munizioni che, al momento dello scoppio del 27 agosto, contenevano 250 mila proiettili.

Sull’incredibile contiguità fra luoghi di cura e polveriera si può dare una spiegazione legata alle logiche dei comandi militari. Al riguardo va citato (ecco un dettaglio inedito rispetto ai documenti noti) un libro, poco conosciuto in Friuli, scritto dal dottor Cesare Frugoni, bresciano e personaggio di spicco nella medicina italiana (fra i suoi pazienti ci furono Guglielmo Marconi e Palmiro Togliatti), che dirigeva nel 1917 l’ospedale di Sant’Osvaldo.

«Di fronte, a circa 300 metri – raccontò Frugoni –, si trovava un deposito di materiali non ben specificati, ma nascosti da teloni neri impermeabili sopra i quali erano tesi i soliti teli con grosse insegne della Croce rossa, così come altri ricoprivano i tetti dell’ospedale. Si sussurrava che vi fosse un deposito di esplosivi e che appunto, per impedire i bombardamenti aerei, fosse stato messo vicino a un ospedale e coperto con l’emblema della Cri».

Il terribile inganno, collocando cioè materiale bellico accanto a strutture sanitarie, era una pratica diffusa, ma a Sant’Osvaldo costò tantissimo.

Sulla causa delle esplosioni non si seppe nulla. Qualcuno parlò di un bombardamento aereo nemico visto che la Grande Guerra inaugurò questa triste pratica e la sola Udine subì, durante quel conflitto, una sessantina di attacchi con 50 vittime.

Ma tra le ipotesi spuntarono anche il sabotaggio e, più verosimilmente, l’incidente casuale. Solo pochi giorni prima a un soldato era caduta di mano una bomba e morì. Quel 27 agosto forse uno scoppio analogo causò la spaventosa reazione a catena nei depositi.

Subito calò il silenzio perché c’era una guerra da combattere e i comandi decretarono la censura. Di fronte a una città devastata e attonita i giornali non scrissero una riga. Proibiti addirittura i funerali. Tutto top secret, rimosso, fra il dolore della gente.

Il sindaco Domenico Pecile e il Comune si prodigarono nei soccorsi. L’arcivescovo Rossi visitò i feriti e donò 100 lire, giunse anche il re che staccò un assegno da 50 mila lire. Nelle settimane successive gli eventi precipitarono, ci fu la disfatta, migliaia di udinesi e friulani scapparono, arrivarono gli austriaci e la strage di Sant’Osvaldo fu dimenticata, sommersa poi dalla successiva retorica della vittoria.

A guerra finita, tornarono i profughi e i comitati di solidarietà si misero all’opera. Si costruirono delle baracche per i senzatetto, utilizzate fino al termine della seconda guerra mondiale. Si eresse l’asilo nel 1924 grazie a donazioni e a fatica partirono i lavori della nuova chiesa, progettata dall’architetto Provino Valle, quello del Tempio Ossario e di tanti palazzi in città.

Ora, nel 2014, Sant’Osvaldo festeggia i 90 anni della nuova parrocchiale e lo fa con una mostra fotografica, a cura di Massimo Turco e Ilaria ed Elisa Bertoli. Una sezione è dedicata alle imma. gini dello scoppio.

La si può visitare accanto alla chiesa dove domenica, alle 8.30, presenti il vicesindaco Giacomello e l’assessore Pirone, sarà celebrata una messa a ricordo delle vittime.

Momento di riflessione aspettando che il giallo storico sia risolto. Un impegno per l’anniversario del 2017. Conoscere la verità è sempre fondamentale, anche se dopo un secolo.

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