Intervento sbagliato, l’ospedale risarcisce

Udine, azienda e un primario condannati a pagare quasi 700 mila euro ai familiari. La paziente fu spostata a Padova, ma ormai era tardi: morì in pochi mesi

UDINE. Quando si era presentata in ospedale, con febbre alta e dolori addominali, le era stata diagnosticata una diverticolite acuta e ne era stato disposto il ricovero in Chirurgia per una settimana. I sintomi, tuttavia, avevano continuato a manifestarsi anche dopo la dimissione e a distanza di nove giorni era stata costretta a ripresentarsi ai medici. Iniziava in quel momento un calvario sanitario che, in capo a meno di cinque mesi, avrebbe portato la paziente alla morte e suo marito e il loro figlio alla disperazione più cupa.

L’intervento chirurgico seguito al secondo ricovero, infatti, aveva evidenziato la presenza di una peritonite. Ma neppure quello era bastato a instradare nella giusta direzione il primario che l’aveva presa in cura: terapie inadeguate e ritardi ingiustificati avevano concorso ad aggravarne in maniera irrimediabile il quadro clinico. A nove anni dai fatti, il tribunale civile di Udine ha riconosciuto la responsabilità professionale del medico, il dottor Roberto Petri, all’epoca direttore della Chirurgia generale, e dell’Azienda ospedaliero-universitaria “Santa Maria della Misericordia” e li ha condannati a pagare, in solido tra loro, a titolo di risarcimento dei danni patrimoniali subiti, la somma complessiva di quasi 700 mila euro ai familiari. La paziente, udinese, aveva 66 anni.

Le tappe della vicenda

La ricostruzione dei fatti e le vicende giudiziarie che ne sono seguite - in sede penale, il gip, su richiesta del pm, aveva disposto l’archiviazione del procedimento a carico del medico, seppur dopo due rigetti nei quali aveva ordinato supplementi d’indagine - sono ripercorse nelle 45 pagine della sentenza emessa in questi giorni dal giudice civile Anna Fasan.

Il giorno in cui l’anziana entrò in ospedale, lamentando febbre, nausea, vomito e dolori addominali, era il 19 luglio del 2005. Ricoverata in Chirurgia per una diverticolite acuta, venne dimessa il successivo 26 luglio. Ma la persistenza della sintomatologia la costrinse a rivolgersi nuovamente al “Santa Maria della Misericordia” il 4 agosto. Fu il primario in persona, quattro giorni dopo, a operarla per una peritonite fibrinopurulenta saccata da malattia diverticolare del sigma complicata. La situazione, tuttavia, non migliorò neppure dopo l’intervento. Seguirono due consulenze infettivologiche e, il 31 agosto, un secondo intervento. Tutto inutile.

Cinque volte in sala operatoria

Preoccupati e incapaci di assistere inermi al decorso clinico della moglie e madre, i familiari decisero di coinvolgere un luminare dell’ospedale di Padova. Il 6 settembre, il professor Giampiero Giron arrivò a Udine per confrontarsi con i colleghi friulani. Tempo dieci giorni e la paziente venne trasferita nel reparto di Anestesia e rianimazione dell’ospedale di Padova. Dove, il giorno successivo, entrò ancora una volta in sala operatoria, per essere sottoposta a un intervento urgente di laparotomia e colostomia. Cioè, al tipo di trattamento che - a parere del consulente tecnico incaricato dal giudice - avrebbe dovuto essere sottoposta fin da subito, a Udine.

Ormai, però, quell’intervento e i due che seguirono, rispettivamente il 6 ottobre e il 6 novembre, non sarebbero stati sufficienti a recuperare quanto di sbagliato era stato fatto - o non fatto - fino a quel momento. Questo, almeno, è il convincimento del giudice che, nell’accogliere la domanda risarcitoria presentata dai legali della famiglia, gli avvocati Luca Driusso, di Udine, e Giorgio Caldera, di Venezia, ha dichiarato «conclamata la verificazione di un inadempimento da parte della struttura e dei sanitari» e attribuito loro la responsabilità del decesso avvenuto il successivo 17 dicembre.

La relazione del consulente

Il primo quesito che la dottoressa Fasan si è posta riguarda la correttezza o meno, da parte del primario, «di non procedere subito alla demolizione del tratto intestinale interessato dal processo diverticolitico, per limitarsi a eseguire un intervento in laparoscopia di viscerolisi e toelette, di fronte a una diagnosi di peritonite del tipo diagnosticato». Ebbene, a parere del ctu, «una precoce ablazione del tratto colico affetto avrebbe, con elevata probabilità, evitato il successivo decorso e il decesso della paziente».

La seconda questione puntava a capire se, fin dall’8 agosto, vi fossero indicazioni che dovevano suggerire al sanitario di procedere al trattamento di colectomia. Anche in questo caso, la risposta affermativa del ctu ha dato torto al primario. «I sanitari - scrive il giudice - già a luglio valutarono condizioni tali, da suggerire un intervento in elezione di resezione colica videolaparoscopica.

A maggior ragione - aggiunge -, in presenza di una mancata risposta alla terapia instaurata, i tempi di una decisione già assunta e condivisa (all’epoca della dimissione, si era scelto di programmare di lì a due mesi l’intervento) si sarebbero dovuti tassativamente anticipare». Da qui, la conclusione. «La scelta di affrontare il trattamento chirurgico - ha sentenziato - si imponeva dunque cogente e censurabile appare invece quella di limitare l’intervento e non procedere a colectomia».

Gli argomenti della difesa

Mentre i legali della famiglia hanno insistito sull’«inadeguatezza e l’inefficacia dei trattamenti» e «l’irragionevolezza dell’atteggiamento attendista» del medico, il difensore di Petri e dell’Azienda, avvocato Marco Marpillero, ha sostenuto che «la strategia terapeutica attuata tenne conto di volta in volta delle condizioni generali della paziente e del quadro addominale», ha escluso «l’imputabilità di ritardi diagnostici» e divergenze di vedute con il professor Giron e ha negato il nesso causale tra le cure prestate e il decesso, sottolineando come la necrosi emersa il 6 settembre - e che a parere dell’ospedale sarebbe stata la causa della morte della paziente - «non era rapportabile con quanto fatto a Udine».

Quantificazione del danno

Nel calcolare il ristoro economico alla famiglia, il giudice ha tenuto nel debito conto anche il cosiddetto danno catastrofale, ossia la sofferenza piscofisica patita dalla vittima durante l’agonia, calcolata in almeno tre mesi e valutata con livello elevatissimo. Al marito è stato così riconosciuto un risarcimento di 300 mila euro e al figlio di 210 mila euro, oltre a quasi 20 mila euro l’uno quali eredi. Soldi che, sommati agli interessi legali, fanno poco meno di 700 mila euro.

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