Cividale, Bankitalia presenta il conto

Sanzioni per 176 mila euro all’ex vertice dell’istituto di credito. Confermate le critiche di egemonia a Lorenzo Pelizzo

UDINE. In tutto fanno 176 mila euro. E a pagarli sarà, in solido, la Banca popolare di Cividale Scpa, salvo poi rivalersi sui singoli responsabili. Il conto che Banca d’Italia ha ritenuto di dover presentare all’ex presidente Lorenzo Pelizzo, al Consiglio d’amministrazione e al Collegio sindacale che lavorarono con lui, e all’ex direttore generale, Luciano Di Bernardo, all’esito dell’attività di vigilanza ispettiva condotta nell’istituto friulano dal 26 marzo al 7 agosto 2013, è arrivato.

E, insieme all’irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie, sono arrivate anche le risposte del “Servizio costituzioni e gestione delle crisi” alle controdeduzioni con le quali gli amministratori avevano cercato di difendersi dalle irregolarità contestate. Pesante il giudizio complessivamente espresso dagli uffici romani, proprio come pesanti erano stati i rilievi sollevati. A cominciare dall’eccessiva durata della leadership (43 anni di fila) di Pelizzo.

La liquidazione a Pelizzo

Ecco cosa avevano evidenziato gli accertamenti. «Il Consiglio della capogruppo - scrissero gli ispettori -, nel cui ambito svolge un ruolo preminente Lorenzo Pelizzo, ha assecondato fino al 2010 le politiche di indiscriminato sviluppo dimensionale perseguite, in assenza di adeguati contrappesi, dall’ex dg Di Bernardo, trascurando la definizione di interventi di potenziamento organizzativo idonei ad assicurare la prudente gestione del credito e l’adeguato presidio dei rischi di liquidità, operativi e reputazionali».

La relazione aveva insistito anche sulla maxi liquidazione assegnata a Pelizzo a seguito della rinuncia a mantenere la presidenza della controllata Banca di Cividale. «Ci si riferisce - vi si legge - alla decisione adottata nel marzo 2012, senza interpellare la funzione di Compliance, di corrispondere al presidente 300 mila euro a titolo di “trattamento economico di fine mandato”. L’emolumento, rubricato nell’informativa successivamente resa all’assemblea come componente variabile della retribuzione, è infatti stato corrisposto al di fuori delle politiche adottate dall’azienda”.

La difesa: non ne sapevo niente

Sul punto relativo alla super “buonuscita”, le difese avevano attribuito all’ex direttore generale ogni responsabilità rispetto al compenso corrisposto al presidente, affermando che «non si era avvalso del supporto delle strutture interne competenti in materia» e che queste «avevano rilevato la circostanza solo successivamente, nella relazione dovuta ai sensi della normativa prudenziale in sede di stesura delle verifiche periodiche». Da parte sua, Pelizzo aveva integrato le controdeduzioni, precisando di essere stato tenuto all’oscuro della decisione di procedere all’elargizione a suo favore, assunta in sua assenza, «a latere di una normale seduta del Cda».

Come osservato anche da Bankitalia nelle conclusioni, il tentativo è stato insomma quello di scaricare tutta la colpa su Di Bernardo. Dimenticando così che l’organo con funzioni di supervisione strategica è tenuto «ad adottare e riesaminare, con periodicità annuale, la politica di remunerazione e la sua corretta attuazione, con l’ausilio della funzione di compliance». Ed è qui che la difesa avrebbe fatto acqua. «La corresponsione - si legge nelle motivazioni - è avvenuta al di fuori delle politiche definite dal Cda e approvate dall’assemblea e senza il coinvolgimento della compliance».

I compiti del presidente

Respinte senza riserve anche le argomentazioni che puntavano a negare il ruolo egemone svolto da Pelizzo nel Cda. «La preminenza del presidente - avevano obiettato le difese - è insita nella carica». E con questo si era tentato di spiegare anche perchè fosse stato proprio Pelizzo a trattare direttamente la «delicata vicenda» relativa alla richiesta di risarcimento che Ennio Pavese inviò nel 2011, per un’operazione di cambio assegni per cassa effettuata nel 2006 - quando era procuratore del Seminario arcivescovile di Gorizia -, con l’autorizzazione dell’ex direttore commerciale Gianni Cibin, e nella quale aveva lamentato che gli fossero stati sottratti 1,24 milioni in contanti.

«Le vigenti disposizioni in materia di organizzazione e governo societario - si legge nelle conclusioni di Bankitalia - prescrivono che compiti e poteri di amministrazione e controllo siano ripartiti tra gli organi e al loro interno, evitando concentrazioni di potere. In tal quadro, il presidente è tenuto espressamente a favorire la dialettica interna e a garantire l’equilibrato bilanciamento dei poteri».

Soffermandosi sul caso Pavese, così come su quello non meno criticato relativo all’appalto a “Steda spa” per la nuova sede - gli ispettori avevano definito il progetto finale assai diverso da quello iniziale, con conseguente lievitazione dei costi, a tutto vantaggio della ditta -, Bankitalia rileva come «non risulti smentita la censura relativa all’inefficace supervisione del Cda sull’operato dell’ex dg» e attribuisce a quest’ultimo e al presidente la responsabilità di avere esposto la banca «a rilevanti rischi reputazionali».

Video del giorno

Studenti in piazza a Torino, scontri con la polizia

Porridge di avena alla pera e nocciole

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi