La doppia partita di Renzi

Era un grigio pomeriggio romano di pioggerellina più invernale che primaverile, un giorno di angoscia più che di festa, per un sistema politico obbligato ad aggrapparsi a un uomo di 88 anni per non cadere nel precipizio: lasciare l’Italia senza un capo dello Stato, senza un governo per mesi, in mezzo alla peggiore recessione del dopoguerra. Il nuovo-vecchio presidente in cappotto scuro entrò nel palazzo di Montecitorio a passi rapidi, quasi a voler consumare in fretta l’emozione di quel secondo giuramento.

Quella data, il 22 aprile 2013, è passata alla storia per il discorso al Parlamento di Giorgio Napolitano, primo presidente della Repubblica rieletto. Un re incoronato due volte. La nota di ieri con cui il Quirinale non smentisce (di fatto conferma) che il presidente possa dimettersi alla fine dell’anno apre la corsa alla successione nel momento più delicato, lo «scricchiolare», come ha detto Matteo Renzi, del Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi sulla legge elettorale, con nuove voci di voto anticipato, accreditate dallo stesso ex Cavaliere: «Renzi vuole andare alle elezioni presto». Una doppia partita con un solo schema di gioco.

Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione, recita la nota formula di Carl Schmitt. Negli ultimi anni, in tutta evidenza, a decidere è stato Giorgio Napolitano. Ha nominato il governo tecnico di Mario Monti, tre anni fa, dopo il fallimento berlusconiano. Ha scelto, dopo la rielezione, Enrico Letta per il governo di larghe intese Pd-Pdl. Ha dato il via libera, nel febbraio 2014, all'operazione Renzi premier. Convinto che solo l’accordo tra il Pd e Berlusconi potesse far passare le mitiche riforme.

Erano questi «i limiti e le condizioni» per accettare il secondo mandato di cui ha parlato ieri la nota quirinalesca. «Se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese», scandì le parole Napolitano due anni fa davanti ai parlamentari. Se non fate le riforme o vi sciolgo o me ne vado, fu la traduzione accreditata.

Il bilancio è amaro: Napolitano forse se ne va, le riforme ancora non ci sono. Anche se Renzi ha colto l'occasione per accelerare sulla legge elettorale. Dal forzista Denis Verdini arriva un segnale preciso: serve un patto Renzi-Berlusconi globale, su tutto, un accordo di sistema, dall’Italicum al nome del nuovo presidente. Ma lo schema vacilla perché Forza Italia sta implodendo, è un partito in cui si recita a soggetto, ognuno vota a piacere, oggi sulla Consulta, domani sul Quirinale.

Nel 2013 Berlusconi fu il vincitore della battaglia sul Colle. Quando si votò su Romano Prodi il Pdl restò compatto fuori dall’aula, il resto lo fecero i 101 del Pd che tradirono nell'urna e il Movimento 5 Stelle che aveva Prodi nella short list approvata dalla Rete ma rifiutò di contaminarsi con il centro-sinistra (nessuno li aveva contattati, in verità). E l’uomo di Arcore tornò al centro del campo.

Oggi Forza Italia è un castello friabile. M5S intende uscire dall'auto-isolamento (come la Lega di Salvini). E la renzianissima Maria Elena Boschi fa sapere che per il Quirinale il patto del Nazareno non vale. Una soave minaccia per costringere Berlusconi a votare l'Italicum con le modifiche gradite al Pd.

Trattativa su tutti i tavoli per Renzi nel ruolo di Grande Elettore presidenziale (anche se, curiosità, sarà il primo presidente del Consiglio della storia a non partecipare all'elezione di un capo dello Stato, non essendo parlamentare). Sovrano che decide vuol essere lui, il giovin signore di Palazzo Chigi. Con l’obiettivo di chiudere la fase del presidente-supplente. E riportare tutti i poteri al partito più forte e al suo leader, com'era nella Prima Repubblica con la Dc.

Renzi vuole eleggere un presidente che scioglie le Camere quando lo decide il capo della maggioranza, cioè lui. Anche subito, se l’impasse sulla legge elettorale o le convenienze del momento lo richiedessero. Un presidente scolorito, dunque, talmente sbiadito da poter essere votato anche da berlusconiani e grillini, politicamente subalterno al suo Grande Elettore fiorentino. Ma può l’Italia permettersi un presidente debole, dopo Giorgio Napolitano?

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