«Di nuovo uomini» l’urlo del professore scampato a Dachau

Lo Stringher ricorda l’ex docente Zamparo assieme alla figlia Elaborati dei ragazzi della quinta A sulle discriminazioni

La sua matricola era la 142.133. È ancora ben visibile, su quel fazzoletto grigio di tela, con al centro un grande triangolo rosso, simbolo dei prigionieri politici. E quel cappello, ancora intatto dopo 70 anni, con cui fece ritorno nel suo Friuli, trasuda ancora la gioia della liberazione. «Siamo tornati uomini!»: la giornata della memoria allo Stringher si è celebrata ricordando il friulano sopravvissuto a Dachau, Alfonso Zamparo, attraverso la testimonianza, rotta dalla commozione, della figlia Lauretta.

Un convegno dedicato alle classi quinte dell’Istituto, sostenuto dalla Fondazione Crup, sotto il coordinamento di Elio Varutti, della professoressa di italiano e storia Maria Pacelli e del laboratorio di storia del professor Giancarlo Martina, nonché in collaborazione con l'Associazione Nazionale ex Deportati nei campi di concentramento (Aned). Un omaggio speciale, quello dell’Istituto di viale Monsignor Nogara, dove lo stesso Zamparo fu insegnante di materie economiche e commerciali tra il 1955 e il 1970. Partigiano della brigata Osoppo, prima di essere consegnato alle SS ed essere deportato a Dachau, venne catturato dalle milizie fasciste, incarcerato nella caserma Piave di Palmanova e torturato.

«Quando da bambina andavamo in spiaggia, notavo le sue cicatrici, profonde e ancora ben visibili, sulla schiena», racconta Lauretta all’attenta platea riunita nell’auditorium della scuola. Che in rispettoso silenzio ha anche ascoltato la lettura delle memorie del diario che Zamparo scrisse nei giorni successivi alla fine dell’incubo e all’arrivo degli americani. «È in matita - precisa Lauretta - ma si legge ancora bene. Quando rientrò, mio padre pesava 41 chili. Molti come lui, non ce la fecero, erano troppo debilitati e morirono dopo la liberazione».

Ma quella di ieri è stata anche l’occasione per aprire una riflessione globale sulla violazione dei diritti umani, sul valore della storia e sulla necessaria consapevolezza del passato. Sono stati alcuni allievi della quinta A, guidati dalla professoressa Pacelli, ad aprire la giornata con la lettura scenica del loro elaborato, “L’Alfabeto dell’intolleranza”: una serie di video e immagini proiettate e accompagnate dalle voci dei ragazzi sul grande tema delle discriminazioni, di ieri e di oggi. Non solo Shoah, dunque, ma anche le foibe, i genocidi del Ruanda, fino all’orrore del fondamentalismo islamico, ai viaggi della disperazione verso le coste italiane di «sei milioni di immigrati in dieci anni». E al razzismo dei giorni nostri, quello che vive e si manifesta “sotto casa”. C'è un pensiero per ogni lettera dell’alfabeto, appunto. Infine, la sigla de “La vita è bella” di Benigni, accompagnata dalla chitarra e dal canto di una studentessa di quarta A, Angelica Secco.

«La scuola offre una ricchezza inalienabile di riflessioni e spunti - ha detto l’assessore alla Cultura Federico Pirone, presente alla giornata - perché studiare storia significa assumere la consapevolezza per condannare certi comportamenti del presente che possono sfociare in nuove tragedie. Ed è giusto che la riflessione di oggi parta da chi, come Zamparo, questo dolore lo ha vissuto personalmente».

Lodovica Bulian

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