«Così sono scappato dalla Libia»

Marco Macor, ingegnere, di Rivignano, lavora per un’impresa di Brugnera: «A Tripoli abbiamo avuto paura quando ha chiuso l’ambasciata italiana»

UDINE. Non la prima volta che l’ingegnere Marco Macor, 40 anni, di Rivignano, fugge dalla Libia. Ma non era mai successo che un funzionario della Farnesina invitasse gli italiani a lasciare il Paese per paura dei terroristi dell’Isis.

Anche se a Tripoli, il tecnico e gli otto operai dell’azienda di Brugnera, la “Linea italiana”, specializzata nella realizzazione di facciate ventilate in marmo, non hanno mai visto sventolare le bandire dell’Isis, il timore di finire in mano al boia l’hanno provato quando si sono trovati di fronte all’ambasciata italiana chiusa.

«In quel momento ho avuto paura» confessa l’ingegnere raggiunto, ieri, telefonicamente, a Malta dove era appena atterrato il charter privato sul quale erano saliti poche ore prima per rientrare a Roma. Nella capitale le maestranze dell’azienda della Destra Tagliamento arriverà oggi, in giornata.

In Libia Macor ha lasciato altri 25 italiani che, molto probabilmente, venerdì saliranno sulla nave che li riporterà a casa. «Non è vero che tutti gli italiani sono fuggiti dalla Libia» puntualizza Macor dopo aver letto i giornali che affermavano il contrario.

Arrivato a Tripoli a gennaio dello scorso anno, Macor non si sentiva particolarmente in pericolo in quella città. «C’era un po’ di tensione, questo sì, ma non siamo mai stati esposti a rischi reali» riferisce l’ingegnere non senza soffermarsi su alcuni particolari che, a suo avviso, nell’organizzazione dei rimpatri potevano essere chiariti meglio.

«Sabato sera un funzionario della Farnesina ci ha invitato a lasciare il Paese assicurandoci che un traghetto era in partenza il giorno successivo. Su quel traghetto però non potevamo portare i bagagli. A quel punto ci siamo recati all’ambasciata dove siamo stati rassicurati: la situazione non sembrava così tragica e per questo motivo abbiamo deciso di cercare un altro mezzo per viaggiare con le nostre cose al seguito» racconta il friulano confessando di essere rimasto senza parole quando domenica pomeriggio si è ritrovato davanti all’ambasciata italiana chiusa.

In quel momento ha provato paura perché se anche l’ambasciata era stata evacuata la situazione non andava affatto sottovalutata. «Ci siamo sentiti in pericolo e abbiamo iniziato a cercar un volo privato prenotando il primo charter libero» aggiunge il tecnico che prima di allora riteneva esagerate le notizie che dai parenti italiani rimbalzavano in Libia sull’avanzata dell’Isis.

«Sapevamo che i terroristi avanzavano, ma a Tripoli non abbiamo mai visto le bandiere dell’Isis - ripete -. L’allerta è scattata dopo l’attentato all’hotel Corinthia, in quell’occasione ci hanno detto: “potreste essere in pericolo”». Un’allerta forte che ha fatto salire la tensione tra i molti italiani presenti in Libia.

Macor ha cercato di mantenere i nervi saldi anche perché oltre ai militari che pattugliavano alcune zone della città, non percepiva situazioni drammatiche. «I militari si vedevano anche a giugno quando fummo evacuati» continua il quarantenne dispiaciuto di dover sospendere nuovamente l’attività del cantiere.

«A differenza di allora questa volta non si capiva se la situazione era grave o meno, speriamo che le cose si sistemino per riprendere il lavoro da dove l’abbiamo lasciato».

L’auspicio di Macor è comprensibile anche se nessuno può ipotizzare come andrà a finire. In attesa di capire se l’intervento internazionale ci sarà, Macor giudica «intempestive le dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano sul possibile invio dei militari».

Quelle affermazioni hanno fatto sentire i nostri connazionali esposti alla brutalità dei terroristi visto che fino a qualche giorno prima quasi non si erano accorti del pericolo.

«Venerdì scorso le due squadre di calcio di Tripoli si sono sfidate allo stadio e la gente festeggiava in strada» ricorda l’ingegnere quasi a giustificare quella falsa calma che regnava nella città da dove stanno partendo gli ultimi italiani.

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